In una delle mie frequentazioni in alcune aziende agricole in Mugello, mi imbatto per puro caso, in un attestato, ingiallito e un po’ mangiucchiato dal tempo, che certifica la frequenza a un corso di potatura e innesto tenuto dalla Cattedra ambulante di agricoltura di Reggio Emilia. Un documento nato per uno scopo pratico, senza ambizioni di durata, che oggi resiste come traccia materiale di un’idea forte: la conoscenza che si muove, che esce dagli uffici e dalle aule per andare incontro agli agricoltori, nei campi, nelle aziende.
Le Cattedre ambulanti non furono un episodio folkloristico né una curiosità d’epoca. Furono una vera infrastruttura pubblica della conoscenza agricola. Tecnici formati, spesso di alto profilo, che affiancavano le aziende trasferendo competenze, sperimentando soluzioni, costruendo fiducia. Non vendevano prodotti, non rappresentavano interessi commerciali: svolgevano una funzione pubblica, riconosciuta e rispettata.
Per decenni, in forme diverse e via via aggiornate, l’assistenza tecnica pubblica ha accompagnato lo sviluppo dell’agricoltura italiana. Insieme alla ricerca e alla sperimentazione, ha contribuito in modo decisivo alla modernizzazione dei sistemi produttivi, alla diffusione dell’innovazione, alla crescita professionale degli agricoltori. Era una presenza discreta ma costante, radicata nei territori, capace di leggere i contesti locali e di adattare le soluzioni alle realtà aziendali.
Il progressivo indebolimento di questa funzione non è avvenuto per una scelta dichiarata, ma per accumulo. Riorganizzazioni amministrative, iperburocratizzazione procedurale delle politiche di sviluppo rurale, riduzione delle strutture, frammentazione delle competenze, esternalizzazioni. La consulenza è diventata un “servizio”, il servizio un “intervento”, l’intervento un “progetto”, spesso legato a bandi e tempi brevi, più che a una visione strategica di lungo periodo.
Eppure, sarebbe sbagliato pensare che dopo le gloriose Cattedre ambulanti non ci siano stati tentativi seri di rinnovare l’assistenza tecnica pubblica. Un passaggio importante, ad esempio, avvenne alla fine degli anni Settanta, con il recepimento in Italia del regolamento CEE n. 270/79, che tentò di promuovere nel nostro paese un modello più strutturato di divulgazione agricola. Da lì nacquero le figure dei Divulgatori Agricoli Polivalenti (DAP) e dei Divulgatori Agricoli Specializzati (DAS).
Quella stagione rappresentò un’evoluzione significativa: maggiore integrazione con la ricerca, attenzione ai sistemi aziendali nel loro complesso, presenza più o meno stabile sul territorio, specializzazione delle competenze. Per molti tecnici e per molte aziende agricole fu un periodo di intenso confronto e di reale accompagnamento all’innovazione. Non privo di limiti, ma sorretto da un impianto chiaro: la consulenza in agricoltura come funzione pubblica strategica, distinta dal mercato e orientata all’interesse generale.
Personalmente, ho incrociato quella esperienza negli anni della mia formazione professionale. Nel 1993 ho frequentato presso il CIFDA di Vertemate con Minoprio in Lombardia, un corso per divulgatori agricoli, ancora ispirato all’impostazione dei DAP e dei DAS. Un percorso impegnativo, durato un anno, con obbligo di frequenza e sistemazione residenziale, che puntava molto sulla capacità di ascolto delle aziende, sulla lettura dei sistemi produttivi, sulla responsabilità del consiglio tecnico. Guardandolo oggi, quel corso appare come una delle ultime occasioni in cui in Italia si è investito in modo strutturato sulla formazione di figure dedicate alla divulgazione e all’assistenza tecnica pubblica in agricoltura.
Di lì a poco, quel filone si è progressivamente esaurito, senza essere sostituito da un modello altrettanto organico. Nel vuoto lasciato dal pubblico si sono inseriti altri attori, in primo luogo le imprese fornitrici di mezzi tecnici e soluzioni tecnologiche. Un ruolo legittimo, intendiamoci, ma per sua natura non neutrale. Quando il consiglio tecnico è inscindibilmente legato alla vendita di un prodotto, l’interesse generale rischia di passare in secondo piano.
Oggi gran parte dell’assistenza tecnica che arriva alle aziende agricole è veicolata attraverso canali commerciali. Questo ha orientato nel tempo modelli produttivi e pratiche agronomiche, spesso con risultati positivi in termini di produttività, ma anche con conseguenze ormai evidenti: dipendenza da input esterni, difficoltà nel ridurne l’uso, scarso controllo degli “effetti collaterali“, ridotta autonomia decisionale delle imprese.
Il tema torna di stringente attualità nel momento in cui all’agricoltura si chiede di affrontare sfide complesse: cambiamento climatico, transizione ecologica, tutela delle risorse naturali, riduzione degli input chimici, resilienza dei sistemi produttivi. Obiettivi che non possono essere affidati solo a norme o incentivi economici, ma che richiedono accompagnamento, competenze, fiducia.
In questo contesto, il dibattito sull’AKIS riporta giustamente al centro il trasferimento della conoscenza. Ma la domanda di fondo resta aperta: chi orienta la consulenza? Con quali competenze? Con quale grado di autonomia rispetto al mercato? E quale spazio viene riconosciuto a una regia pubblica capace di garantire pluralità di approcci, qualità tecnica e interesse generale?
La memoria ancora viva delle Cattedre ambulanti – e delle esperienze successive che ne hanno raccolto l’eredità – non è semplice nostalgia. È il segno che quella funzione ha inciso profondamente nel rapporto tra Stato, conoscenza e agricoltura. Forse vale la pena ripartire proprio da lì: non per riproporre modelli del passato, ma per interrogarsi su come ricostruire oggi una consulenza tecnica autorevole, indipendente e radicata nei territori.
Le Cattedre ambulanti ricordano anche al mondo accademico quanto sia prezioso, oggi come allora, far "scendere" la conoscenza dalle cattedre ai campi, nel confronto con le esigenze reali dell'agricoltura e delle sfide epocali che essa deve affrontare.
Perché, se davvero vogliamo un’agricoltura capace di affrontare le sfide che abbiamo davanti, l’assistenza tecnica pubblica non può essere considerata un costo accessorio. È, e resta, un investimento strategico.