Oliveti superintensivi in asciutto e nuove varietà adatte anche alle sfide climatiche

Una sfida culturale ancor prima che colturale.

di Salvatore Camposeo
  • 04 February 2026

Superintensivo in asciutto e nuove varietà di olivo adatte anche alle sfide climatiche sono i progetti a cui sta lavorando un gruppo di ricerca all’Università di Bari Aldo Moro. Una sfida culturale ancor prima che colturale.
Il modello superintensivo prevede il passaggio, rivoluzionario per l’olivo, dal concetto di albero singolo a quello di parete produttiva continua, in modo da poter utilizzare le macchine scavallatrici del filare per la raccolta meccanica, simili a quelle impiegate da decenni nella viticoltura da vino, e da poter meccanizzare integralmente anche la potatura, sia di allevamento che di produzione. Le densità di impianto impiegate variano da un minimo di 1.200 fino a 2.500 alberi/ha, con dimensioni ridotte degli alberi (2,5-3,5 m di altezza e 2 m di larghezza). I principali vantaggi di questo modello sono rappresentati dal raggiungimento della piena produzione già al 3°-5° anno dall’impianto e, soprattutto, da una elevatissima capacità lavorativa del metodo di raccolta, che consente di raccogliere 1 ha di superficie in 2-3 ore, con l’impiego di solo 2 operai. Inoltre, gli oliveti superintensivi si prestano ottimamente all’applicazione di tecniche di agricoltura di precisione, oltre che a quelle di agricoltura biologica.
Gli oliveti superintensivi possono essere realizzati in terreni sia pianeggianti sia collinari fino a pendenze del 20-30%. Richiedono disponibilità idriche contenute grazie all’applicazione di tecniche di irrigazione in deficit idrico e di tecniche di agricoltura digitale con sensoristica, ma stanno fornendo buoni risultati agronomici anche in regime di aridocoltura in numerose realtà aziendali.
Le varietà di olivo adatte ad essere coltivate secondo il sistema colturale superintensivo devono possedere precisi requisiti, produttivi e vegetativi: precoce entrata in produzione e produttività costante ed elevato grado di ramificazione della vegetazione. In generale, questi requisiti sono tipici delle varietà a bassa vigoria, che purtroppo sembrano non essere sopravvissute nell’odierno ricchissimo panorama elaiografico italiano, almeno tra le cultivar più note e diffuse.
Grazie al miglioramento genetico dell’Università di Bari sono stati effettuati incroci controllati fin dal 1998. La prima selezione per la quale è stato ottenuto il deposito del brevetto è stata Lecciana® (Arbosana × Leccino), oggi diffusa in tutto il modo per milioni di esemplari, dotata di buona resistenza al freddo e di pregevoli caratteristiche sensoriali e nutraceutiche. Un’altra selezione pre-commerciale brevettata è la Olidia-Coriana® (Arbosana × Koroneiki), caratterizzata da bassa vigoria, elevata produttività ed ottima qualità degli oli. L’ultima è Elviana® (Arbosana × Blanqueta de Elvas), adatta alla produzione di olive da mensa per la concia in nero ed in cangiante. Tutte queste nuove varietà italiane sono ormai diffuse in tutti gli areali di coltivazione nazionali ed esteri, soprattutto Spagna, Portogallo e California. Le varietà Made in Italy finora brevettate dall’ateneo pugliese rappresentano il 30% dei nuovi oliveti nel mondo.
Dallo scorso anno è partita la sperimentazione in asciutto con la cultivar Lecciana, in una azienda olivicola in areale infetto, poiché, come noto, Lecciana è resistente a Xylella fastidiosa pauca. I risultati non si faranno attendere...
Le sfide del cambiamento climatico pressa il breeding dell’olivo a fornire cultivar resistenti ai più importanti stress abiotici: termici, idrici, salini. Diverse selezioni e nuovi semenzali dalla valutazione in Italia ed in Spagna. Si tratta di un progetto di lungo periodo che l’Università di Bari porta avanti insieme a colleghi spagnoli. È un accordo di ricerca volto al miglioramento genetico dell’olivo per la gestione in aridocoltura. L’obiettivo è individuare varietà di olivo a bassa vigoria coltivabili con successo senza l’ausilio della irrigazione. Si è già al lavoro con alcune selezioni, anche grazie allo studio in fitotrone di ultima generazione che è entrato in funzione lo scorso dicembre presso il Campus di Bari, cui se ne aggiungerà un secondo nei prossimi mesi.