Il cambiamento climatico viene spesso percepito come un concetto astratto o un lento mutamento delle condizioni meteorologiche. Tuttavia, analizzandolo in dettaglio, esso si rivela come una trasformazione profonda dei bilanci energetici e fisici del nostro pianeta. Comprendere la scienza del clima significa guardare oltre la variabilità quotidiana per identificare i trend che stanno ridefinendo la Terra. Il punto di partenza fondamentale è la variazione delle temperature medie: a scala globale, tra il 1981 e il 2025, si è registrato un aumento di circa 0,85 °C. Sebbene questo numero possa apparire modesto alla percezione umana, incapace di avvertire una simile differenza spalmata su quasi cinque decenni, esso rappresenta in realtà una variazione energetica immensa per l'intero pianeta. Inoltre, il dato diventa ancora più allarmante quando ci si sposta alle scale locali. Ad esempio, il territorio italiano è considerato un vero e proprio "hot spot" climatico: nello stesso periodo, l'incremento termico nazionale è stato di quasi 1,85 °C, ovvero più del doppio della media globale. In alcune aree specifiche, come le colline piemontesi o le Alpi occidentali, gli aumenti hanno toccato punte tra i 2,5 °C e i 3,5 °C, mentre nelle zone artiche si trovano variazioni talora superiori a quattro volte la media globale. Queste differenze non sono solo statistiche, ma indicano una maggiore reattività di certe aree geografiche ai cambiamenti in corso.
La temperatura è un dato cruciale perché, in fisica, rappresenta la misura dell'energia cinetica media delle molecole. Un'atmosfera più calda è, intrinsecamente, più energetica. Questa energia supplementare viene poi convertita dalle "macchine termiche" naturali, come temporali e cicloni, in fenomeni più intensi, ad esempio attraverso l'aumento della velocità dei venti. Parallelamente, la temperatura è coinvolta nella legge di Clausius-Clapeyron, che stabilisce una relazione esponenziale tra il calore e la capacità dell'aria di contenere vapore acqueo. Per ogni grado di aumento, l'atmosfera può contenere circa il 7% in più di vapore. Tradotto nel contesto italiano, un aumento di 2-3 °C rende l'aria capace di contenere il 15-25% in più di umidità. Questo eccesso, quando condensa, può trasformarsi in precipitazioni potenzialmente molto più abbondanti e violente.
Il motore principale di questo riscaldamento è l'aumento della concentrazione di gas climalteranti, in particolare l'anidride carbonica (CO2). Sebbene la CO2 sia un elemento naturale necessario alla fotosintesi, l'eccesso derivante dalle attività umane, soprattutto dalla combustione di prodotti contenenti carbonio, ha alterato il bilancio radiativo terrestre. I gas serra agiscono come una coperta, trattenendo la radiazione infrarossa che il pianeta normalmente emetterebbe verso lo spazio. Il futuro del clima dipenderà direttamente dalla quantità di gas che continueremo a immettere, tenendo conto che alcuni di essi hanno tempi di residenza molto lunghi in atmosfera, rendendo determinanti anche le emissioni passate. Le proiezioni per i prossimi trent'anni suggeriscono una sostanziale prosecuzione dei trend climatici osservati finora per tutti gli scenari. Solo nella seconda metà del secolo gli scenari inizieranno a differenziarsi drasticamente a seconda della nostra capacità di limitare le emissioni attuali.
Un altro aspetto climatico rilevante riguarda la distribuzione delle piogge. Nel Nord Italia, mentre il totale annuo delle precipitazioni nell'ultimo cinquantennio è rimasto pressoché costante, è calato di circa il 10% il numero di giorni piovosi. Questo significa che la stessa quantità d'acqua cade oggi in meno tempo e con maggiore intensità, superando spesso la capacità di drenaggio del suolo e aumentando il rischio di alluvioni, oltre a incrementare i periodi siccitosi. Inoltre, il riscaldamento globale influenza le "onde di Rossby", ovvero le grandi oscillazioni del flusso atmosferico. Quando queste onde diventano molto ampie, possono trasportare masse d'aria artica molto a sud, causando paradossali gelate tardive che colpiscono le piante ingannate da primavere precoci. Oppure possono fare il contrario, trasportando masse d'aria subtropicali molto a nord e favorendo anticicloni africani robusti in grado di causare lunghi periodi di siccità.
Sebbene la scienza si concentri sulle cause e sulle dinamiche fisiche, gli impatti dei cambiamenti climatici ne sono una conseguenza inevitabile. L'innalzamento delle temperature sposta gli ecosistemi verso l'alto: l'aumento di 1,85 °C osservato in Italia ha già costretto specie vegetali e animali a "migrare" di circa 300 metri verso quote superiori nel tentativo di inseguire il loro clima ideale. Per le specie rimaste in loco, il riscaldamento si è tradotto in un anticipo medio delle fasi fenologiche, come fioriture e raccolti, variabile tra due e sei settimane. Questo fenomeno ha conseguenze dirette sulla qualità delle colture, come dimostrato dai vini moderni sempre più alcolici a causa dell'aumento degli zuccheri negli acini. In conclusione, la sfida del cambiamento climatico rappresenta un problema di adattamento a una fisica atmosferica in mutazione. Conoscere queste dinamiche con decenni di anticipo è lo strumento principale per pianificare misure di adattamento efficaci, pur consci che solo la riduzione delle emissioni potrà limitare il cambiamento nel futuro.