L’agricoltura come leva di sviluppo dell’Unione europea

di Antonio Di Giulio
  • 21 January 2026

Il EU Agricultural Outlook 2025-2035 è il rapporto di previsione di medio periodo elaborato dalla Direzione Generale per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (DG AGRI) della Commissione europea, in cooperazione con il Joint Research Centre (JRC). Pubblicato nel dicembre 2025, il documento rappresenta uno dei principali strumenti analitici a supporto della riflessione strategica sulle politiche agricole dell’Unione. Basato su modelli econometrici, ipotesi macroeconomiche condivise e scenari di mercato realistici, il rapporto non si limita a proiettare l’evoluzione delle produzioni e degli scambi, ma offre un quadro interpretativo delle trasformazioni strutturali in atto nel sistema agroalimentare europeo. In questo senso, esso costituisce una piattaforma di riferimento per la discussione sulle traiettorie di sviluppo, sulla coerenza delle politiche pubbliche e sul ruolo futuro dell’agricoltura nel progetto economico, ambientale e geopolitico dell’Unione europea.
Il testo integrale del rapporto è consultabile e scaricabile in inglese QUI.
Più che un esercizio previsivo, questo rapporto offre una griglia di lettura politica del futuro agricolo europeo. È da qui che occorre partire per ripensare il ruolo strategico dell’agricoltura nelle politiche dell’Unione.
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La vera posta in gioco per l’agricoltura europea nei prossimi dieci-quindici anni non è semplicemente “adattarsi” alle trasformazioni in corso, ma ridefinire il proprio ruolo strategico nel progetto politico ed economico dell’Unione. Il punto centrale non è quanto produrremo, bensì come, per chi e con quali effetti sistemici su ambiente, territori e coesione sociale.
La politica agricola smette così di essere una politica settoriale e diventa una leva strutturale di sviluppo.

Dati chiave per il futuro agricolo
Secondo il rapporto, il valore nominale della produzione agricola europea è destinato a raggiungere circa 605 miliardi di euro nel 2035, con una crescita media annua dello 0,8 %. I costi intermedi, tra cui energia, fertilizzanti e mangimi, cresceranno dello 0,7 % all’anno, con i mangimi che rappresenteranno circa il 38 % del totale. L’occupazione agricola continua a diminuire, passando dagli 8 milioni di unità di lavoro attuali a circa 6,9 milioni nel 2035, mentre la produttività del lavoro crescerà a un ritmo moderato dell’1 % annuo.
Questi numeri non sono semplici proiezioni, ma segnali chiari della necessità di politiche lungimiranti e strutturali.

Il primo snodo riguarda il passaggio da una logica di sostegno a una logica di investimento. La PAC, nella sua architettura attuale, tende ancora a compensare fragilità più che a costruire capacità. La traiettoria di medio periodo dovrebbe invece puntare a trasformare l’agricoltura in un’infrastruttura produttiva avanzata: meno dipendente da input esterni, più autonoma sul piano energetico, più capace di generare valore lungo le filiere.
Questo implica spostare il baricentro delle politiche verso ricerca applicata, trasferimento tecnologico e capitale umano, con particolare attenzione ai giovani agricoltori e alle nuove forme di imprenditorialità rurale.
Il secondo asse strategico è la resilienza, che non può essere ridotta a una gestione assicurativa del rischio. Resilienza significa capacità di adattamento strutturale: sistemi produttivi più diversificati, filiere meno fragili, maggiore integrazione tra agricoltura, bioeconomia ed economia circolare. A medio termine ciò richiede una revisione delle specializzazioni territoriali troppo rigide; a lungo termine implica ripensare il rapporto tra produzione alimentare, servizi ecosistemici e pianificazione dello spazio rurale.
Il terzo nodo è il superamento della falsa dicotomia tra sostenibilità ambientale e competitività. La questione non è se l’agricoltura europea possa permettersi la transizione ecologica, ma se possa permettersi di non farla. L’innovazione ambientale non è un costo, ma un investimento strategico. Chi governa gli standard produttivi sostenibili governa anche l’accesso ai mercati di qualità. La politica pubblica deve quindi passare dalla regolazione difensiva alla promozione attiva di modelli produttivi ad alto valore ambientale.
Un quarto elemento cruciale riguarda la sovranità alimentare in senso moderno. Non si tratta di autarchia, ma di capacità europea di controllare le proprie dipendenze strategiche: fertilizzanti, mangimi, energia, acqua. L’agricoltura entra così nel campo della sicurezza economica e geopolitica dell’Unione, e deve dialogare in modo strutturale con le politiche industriali, energetiche e commerciali.
Sul piano temporale si delineano due orizzonti distinti.
Nel medio periodo (5-7 anni) la priorità è costruire coerenza tra strumenti: PAC, politiche ambientali, politiche industriali e politiche della ricerca devono convergere su obiettivi comuni e misurabili.
Nel lungo periodo (10-20 anni) la sfida è istituzionale: dotare l’Unione di una governance agricola capace di pensare in termini sistemici, non solo redistributivi. L’agricoltura diventa uno dei pilastri della trasformazione economica europea, al pari dell’energia e del digitale.
Infine, il ruolo del mondo accademico è decisivo. Non si tratta solo di valutare le politiche, ma di contribuire alla loro progettazione. La politica agricola europea ha bisogno di modelli analitici capaci di integrare economia, ecologia, dinamiche sociali e territoriali. Senza questo salto di qualità, il rischio è di continuare a governare il futuro con strumenti concettuali del passato.
In questa prospettiva, l’agricoltura europea non è più un settore da proteggere, ma una piattaforma strategica da sviluppare. È qui che si gioca una parte essenziale della credibilità dell’Unione come progetto di sviluppo sostenibile e di autonomia economica.