In occasione di un recente convegno promosso dall’Accademia Italiana di Scienze Forestali sul Regolamento dell’Unione europea (UE) relativo al ripristino della natura (Nature Restoration Law – NRL, Reg. UE n. 1991/2024), sono rimasto particolarmente colpito dalla ripetuta affermazione, avanzata da alcuni relatori, secondo cui solo una quota molto ridotta (inferiore al 10%) degli habitat forestali italiani si troverebbe in uno stato di conservazione “buono”. Sulla base della mia esperienza, l’affermazione appare del tutto controintuitiva, inducendo a un approfondimento della questione: in effetti, essa trova riscontro in dati ufficiali pubblicati da istituzioni dell’UE, ma questi dati sembrerebbero presentare rilevanti criticità sotto il profilo metodologico.
La valutazione dello stato di conservazione degli habitat costituisce uno dei pilastri della politica e della legislazione europea in materia di tutela della biodiversità. A partire dalla Direttiva Uccelli e dalla Direttiva Habitat, passando per la Strategia dell’UE per la biodiversità fino al 2020 e per quella al 2030, sono state introdotte misure finalizzate alla protezione, al mantenimento, al miglioramento, al monitoraggio e alla rendicontazione delle condizioni degli habitat. In particolare, gli articoli 11 e 17 della Direttiva Habitat impongono agli Stati membri di monitorare lo stato di conservazione degli habitat naturali e di trasmettere i relativi risultati alla Commissione Europea con cadenza sessennale, a partire dal 2001.
I dati più recenti disponibili, riferiti al periodo 2013–2018, sono stati pubblicati dalla Commissione Europea (EC, 2020) e dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA, 2020) nel rapporto State of Nature in the EU. Tra gli habitat elencati nell’Allegato I della Direttiva Habitat, quelli forestali rappresentano circa il 35% del totale. Secondo il rapporto, a livello dell’UE solo il 14,2% degli habitat forestali risulta in uno stato di conservazione “buono”, mentre il 53,9% è classificato come “scarso”, il 30,6% come “cattivo” e l’1,3% come “sconosciuto”. In sintesi, l’84% degli habitat forestali europei verrebbe a trovarsi in uno stato di conservazione “scarso” o “cattivo”.
Queste evidenze, apparentemente allarmanti, non solo alimentano il dibattito mediatico sulle condizioni delle foreste europee, ma vengono anche utilizzate nei processi decisionali a livello unionale. In particolare, come emerso anche nel Convegno sopra citato, tali dati costituiscono la base di riferimento per l’individuazione dei fabbisogni di ripristino degli habitat nell’ambito della NRL e orienteranno la definizione delle priorità di intervento.
Ne consegue che le decisioni relative al mantenimento o al miglioramento delle condizioni degli habitat dipendono in modo cruciale dall’affidabilità dei dati e dei metodi di valutazione adottati. A questo proposito, un recente e rilevante contributo di Mauser et al. (2026), pubblicato sulla prestigiosa rivista Biological Conservation, mostra in modo convincente come l’elevata percentuale di habitat forestali il cui stato di conservazione è classificato dal menzionato rapporto come “cattivo” o “scarso” sia, in larga misura, il risultato di un artefatto metodologico. In particolare, gli autori evidenziano come le cosiddette expert rules utilizzate nel metodo di valutazione producano effetti distorsivi, determinando una classificazione a cascata che tende a far confluire un’ampia gamma di condizioni ecologicamente buone in categorie di stato di conservazione negativo.
I risultati di questo studio mettono seriamente in discussione l’affidabilità dell’attuale approccio di valutazione dello stato di conservazione degli habitat come strumento operativo per orientare le politiche di conservazione e di gestione del territorio, sia a livello dell’UE sia degli Stati membri. In vista dell’attuazione della NRL, una rappresentazione che assegna una quota molto elevata di habitat forestali agli stati “cattivo” o “scarso”, unitamente a una bassa sensibilità del sistema di valutazione ai cambiamenti reali, risulta poco utile sia per la definizione delle priorità di intervento sia per un’allocazione efficiente delle risorse disponibili.
A titolo di esempio, l’Agenzia europea dell’ambiente ha già elaborato una prima stima dei fabbisogni di ripristino sulla base dei dati di rendicontazione 2013–2018 (EC, 2022). Analogamente, i risultati del monitoraggio relativi al periodo 2019–2024 saranno determinanti per l’individuazione delle priorità di ripristino nell’ambito della NRL. È quindi evidente come l’affidabilità dei dati e dei metodi di valutazione rappresenti un nodo cruciale.
Il lavoro di Mauser et al. non si limita a evidenziare i limiti dell’approccio attuale, ma propone anche possibili adeguamenti metodologici finalizzati a stimolare un reale processo di miglioramento della valutazione. Ciò è essenziale per promuovere azioni di conservazione degli habitat forestali che siano appropriate, ossia fondate su evidenze reali, oltre che significative e ragionevoli. Questo aspetto assume particolare rilevanza e urgenza nell’attuale e delicata fase di redazione del Piano nazionale italiano di ripristino della natura previsto dalla NRL, al fine di evitare generalizzazioni fuorvianti e di concentrare in modo efficace l’attenzione e gli interventi sulle situazioni che versano in un effettivo stato di degrado.
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