Il caso dei bambini del bosco, fra mitico “buon tempo antico” e realtà

di Dario Casati
  • 14 January 2026

Nel caos dell’informazione gridata e incombente che ci accompagna in questi tempi credo che forse nessuno si sia sottratto ai molteplici effetti dei casi in discussione, in particolare di quello dei “bimbi del bosco”.  Per questo sono state coinvolte tutte le corde dei sentimenti, a partire dalle teorie sul mondo dei minori che entrano, non per scelta, sotto le regole della giustizia minorile. Vorrei perciò anticipare che non intendo occuparmi di tutto ciò che su questo tema ci ha coinvolti nel confuso mondo mediatico, ma di alcune considerazioni di diverso ordine e interesse alla base di questo caso e del crescente interesse suscitato in un’opinione pubblica sollecitata da continui stimoli “che fanno notizia” e che, in genere, attengono alla sfera del “pubblico” più che del “privato”.
La vicenda, almeno nelle sue grandi linee, è nota, tanto da rendere superfluo ricapitolarla così come il dibattito smosso dai mezzi di comunicazione e giunto sino alle soglie della politica e della consueta caduta nella vacua sfera della gazzarra mediatica.
Il punto di partenza di queste considerazioni si colloca invece nel fatto che, nell’affrontare la questione, è emerso un diffuso atteggiamento di comprensione e di condivisione da parte dell’opinione pubblica a favore delle scelte dei bizzarri protagonisti della vicenda. Del loro ostentato voler vivere in un mondo onirico secondo le presunte modalità del mitico “buon tempo antico”. Le immagini impietose dei luoghi in cui essi vivono e pretendono, contro ogni logica e regola umana e sociale, di continuare nel loro stile di vita sono chiare. Come lo è il fatto di un esasperato e disperato senso di ricerca di un mondo che non esiste e che forse non è mai esistito nei modi e negli obiettivi che essi propongono e pretendono di imporre ad una società che è molto diversa da come i rosei quadretti proposti lascino intendere.
Il cammino della comunità umana nei millenni è stato diverso da come viene dipinto, eppure oggi sembra di cogliere nell’opinione pubblica un diffuso senso di condivisione. Il fenomeno non è nuovo nella storia. Il mito di un’indefinita “età dell’oro” dove tutto era bello, buono, solidale, moralmente “pulito” rispetto ad un presente colmo di vizi e aberrazioni, esiste da tempo immemorabile ed era vivo già nella cultura classica. In realtà alla prova dei fatti esso è, appunto, “mito” e non cronaca né storia. È racconto di una situazione vagheggiata e irreale, regolarmente smentita sul piano storico e, addirittura, dei reperti materiali che ne testimoniano l’assoluta irrealtà. Eppure, è uno dei più diffusi in ogni tempo e Paese. Pensatori e filosofi ne hanno trattato, sino al culmine del pensiero di Rousseau e del Suo “buon selvaggio”, il protagonista della mitica età dell’oro.
Tutto ciò, anche nei nostri tempi, dominati dagli sviluppi materiali e sociali della società umana che conosciamo, torna a fare capolino e assume le forme del rifiuto, ad esempio, dei risultati dello sviluppo del pensiero scientifico e dei suoi risultati in ogni campo. La durata della vita, la cura delle malattie (contrasto e prevenzione), la conoscenza sempre più approfondita dei meccanismi dell’organismo umano da un lato, dall’altro l’organizzazione sociale, le forme in cui si gestiscono le comunità umane, la definizione dei Diritti Universali degli esseri umani sono certamente più evoluti dei poteri che dominavano la vita sin dal passato più remoto.
Tutto sotto i nostri occhi, eppure emerge costante e molto condiviso, come vediamo con la reazione al caso dei bimbi del bosco, un atteggiamento di rifiuto di un presente noto e razionalmente spiegabile e sviluppabile con un irrazionale ritorno ad un passato che non è mai esistito ed è perciò irripetibile.
E così avviene per l’agricoltura, quella che oggi consente di nutrire oltre 8 miliardi di esseri umani in quantità di prodotti, diversificazione dell’offerta, qualità intrinseca sempre migliore, con pratiche sempre più scientificamente validate e sicure, non con la magia, le stelle e la superstizione.
La “famiglia del bosco” trova tanti inattesi sostenitori fra coloro che seguono le diete del “senza”, prive di criteri logici, rifiutano le vaccinazioni, temono gli antibiotici, vedono i progressi genetici come mostruose aberrazioni e terreno di lavoro di potenziali Frankestein. Pensano a una Società dominata da monocrati e non da democrazie basate sul rispetto dei Diritti. Contestano l’agricoltura vera, si ritengono ambientalisti e rinnegano le buone pratiche agricole. Come il Sindaco di Milano, aboliscono la cura e lo sfalcio dei giardini pubblici per “salvare la biodiversità”. Pretendono di essere gourmet perché si alimentano col cattivo e scarso cibo di un tempo, non a caso abbandonato e sostituito. Allevano piccoli selvaggi sottraendo loro il patrimonio culturale, scientifico e, latu senso, “umano” che i nostri antenati hanno accumulato per i loro discendenti con enormi sacrifici e sofferenze.
Davvero c’è da chiedersi perché ciò avvenga, ma soprattutto perché un’opinione pubblica distratta e male indirizzata da un’informazione superficiale, sensazionalista e volubile si faccia incantare da tutto ciò. Forse c’è lo zampino di un altro mito, quello dell’eterno fanciullo che è in noi, ma che poi con la maturità torna al suo giusto posto, nell’armadio dei sogni infantili. Belli, forse, ma non realistici.
La vita vera è un’altra e ad essa bisogna essere preparati con le regole e gli strumenti della società umana in perenne evoluzione. Il fuoco di Prometeo, conquistato a caro prezzo, contro gli incubi dei mostri di Frankestein.