L’evoluzione dei paesaggi viticoli dall’antichità ad oggi

di Luigi Bavaresco
  • 07 January 2026

Con la domesticazione della vite (avvenuta circa 11.500 anni fa nell’area trans-caucasica e nel Levante) prendono forma i paesaggi viticoli, frutto del rapporto stabilitosi nel tempo tra le viti e gli uomini, la convivenza virtuosa tra di loro.
Il paesaggio ha una sua definizione ufficiale (data dalla Convenzione Europea del Paesaggio – CEP) che recita “Il paesaggio indica una determinata parte del territorio così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani, e dalle loro interrelazioni”; lo scopo della CEP è di promuovere la salvaguardia, gestione, pianificazione dei paesaggi e organizzare la cooperazione europea.
Le informazioni disponibili sull’evoluzione dei paesaggi viticoli derivano dalle arti figurative e dalla letteratura, solo recentemente dalla fotografia.
Le prime forme di viticoltura ci rimandano ai Sumeri, agli Egizi, agli Ebrei, ai Fenici, ai Greci, agli Etruschi, ai Romani, ma solo di alcuni popoli abbiamo fonti storiche sui paesaggi viticoli.
Gli Egizi, per esempio, coltivavano la vite su alte pergole, come si vede su un affresco della tomba di un funzionario (Nakht) al tempo della diciottesima dinastia, nella necropoli tebana, di fronte alla città di Luxor.
I Greci  usavano la vite ad alberello, e questo lo possiamo dedurre per esempio da delle decorazioni (bassorilievi) presenti in un manufatto definito come lo scudo di Achille; quest’opera è stata recentemente (2017) presentata in una mostra presso la Punta della Dogana a Venezia.
I Romani invece realizzarono paesaggi basati sostanzialmente su due sistemi, le viti maritate agli alberi (influenza etrusca) e le viti allevate ad alberello (influenza greca); nei territori lungo il Danubio, Reno e Rodano era invece diffusa una pergola bassa (kammerbau). Le arti figurative (mosaici, bassorilievi e affreschi) sono fonti preziose per avere informazioni a riguardo. Molto significativo è un mosaico del III secolo d.C., ritrovato in una villa di Khenchala (odierna Algeria) che riporta sia viti che si arrampicano su pali per costituire una pergola, che viti allevate ad alberello.
La letteratura latina è un’altra fonte di informazioni. Molti sono i riferimenti al mondo del vino e in alcuni casi abbiamo anche descrizioni di paesaggi viticoli. Si ricorda ad esempio Virgilio (I secolo a.C.) che nelle Georgica descrisse la viticoltura dell’epoca parlando delle viti maritate agli alberi (arbusta), che rappresentavano la modalità più diffusa.
Nel Medioevo, i diversi paesi europei manifestano una loro propria fisionomia. In Francia, ad esempio alcune miniature dell’VIII e XIV secolo ci descrivono paesaggi caratterizzati da viti allevate a cordone speronato, mentre in Italia alcune miniature di artisti lombardi del XIV secolo ci parlano di paesaggi con viti maritate agli alberi oppure a pergola.
Nell’evo moderno, in Italia si passa da una viticoltura monastica a una viticoltura aristocratica e le arti figurative (la pittura, con Bellini, Mantegna, Veronese) e la letteratura ci parlano di paesaggi ancora dominati dalle forme del passato, con la prevalenza delle viti maritate agli alberi o a tutori morti formando delle pergole.
Tra gli scritti, molto interessante è il libro di Giacomo Agostinetti (Cento e dieci ricordi che formano il buon fattore di villa) pubblicato a Venezia nel 1679 e che scrive di vigneti con viti maritate agli aceri campestri. Di viti maritate agli alberi scrive anche Charles de Brosses (Le Président de Brosses en Italie. Lettres familières écrites d’ Italie en 1739 et 1740) e Johann Wolfgang von Goethe (Viaggio in Italia, 1786).
L’evo contemporaneo è caratterizzato in Italia da un progressivo passaggio dalla coltura promiscua a quella specializzata, con i diversi paesaggi di pianura, collina e montagna che conosciamo oggi. I paesaggi si caratterizzano ancora con viti maritate agli alberi (alberate o piantate) oppure su tutori morti. Oltre alla pittura, inizia a diffondersi la fotografia che testimonia questa evoluzione.
Nell’ottica della sostenibilità anche i vigneti si devono misurare con le sfide attuali quali l’attenzione alla biodiversità (presenza di siepi, di altre specie legnose ed erbacee, con un inerbimento ricco di essenze, col favorire la presenza di piccola fauna), l’uso di palificazione in legno, l’assenza di plastica (ad esempio per legare i tralci o i tronchi delle giovani viti) e l’abbandono degli erbicidi. Questa minore o più razionale pressione antropica si traduce in un più funzionale e resiliente agrosistema viticolo e in un aumento del tasso di bellezza del paesaggio.
Il paesaggio però non comprende solo l’elemento biologico (piante, animali) e strutturale (pali, fili, ecc) dei vigneti, ma include anche un secondo livello di fattori, quali gli edifici (cantine, abitazioni, ecc.) e manufatti di vario genere che corrispondono in qualche caso ad opere d’arte.  Tra i fabbricati, sono famosi gli châteaux del Bordolese, con qualche secolo sulle spalle, mentre recentemente, un po’ in tutto il mondo, sono sorte le cantine d’autore, progettate da famosi architetti. Tra i manufatti si possono ricordare i capitelli votivi, le cabotes e le recinzioni del Clos in Borgogna, i muretti a secco,  e vere e proprie opere d’arte come ad esempio il Cancello solare (A. Pomodoro) dell’azienda Ca’ del Bosco.
Esiste poi un terzo livello di fattori nel “sistema” paesaggio, che possono essere definiti come evocativi; un esempio è la “cinematic winery” Rocca delle Macie di Castellina in Chianti, fondata da Italo Zingarelli, il produttore dei film di Bud Spencer e Terence Hill. Qui la bellezza del paesaggio chiantigiano è unita con una emozionante esperienza cinematografica riferita ai due attori.

    Se è vero che un buon bicchiere di vino fa bene al corpo, è altrettanto vero che la vista di un bel paesaggio è un ristoro per lo spirito e per la mente. I paesaggi viticoli, quindi, devono essere preservati e valorizzati perché rappresentano non solo un valore economico duraturo ma anche un diritto della persona.