Quando le foreste smettono di assorbire carbonio: il campanello d’allarme del clima

di Francesco Ferrini
  • 07 January 2026

L’articolo “Aboveground biomass in Australian tropical forests now a net carbon source” pubblicato qualche settimana fa su “Nature" analizza quasi cinquanta anni di dati (1971–2019) provenienti da foreste tropicali umide dell’Australia nord-orientale, tra gli ecosistemi terrestri più ricchi di biomassa al mondo. Tradizionalmente considerate importanti pozzi di carbonio, queste foreste hanno mostrato un cambiamento radicale nel loro bilancio del carbonio: dalla fine del XX secolo, la biomassa legnosa epigea è passata da un assorbimento netto di carbonio a una perdita netta verso l’atmosfera.
I risultati indicano che tra il periodo 1971–2000 le foreste funzionavano come pozzi di carbonio, con un assorbimento medio di circa 0,62 Mg C ha⁻¹ anno⁻¹, mentre nel decennio 2010–2019 si osserva una perdita netta di circa 0,93 Mg C ha⁻¹ anno⁻¹. Questo cambiamento non è attribuibile a una riduzione della crescita degli alberi, bensì a un forte aumento della mortalità arborea e delle perdite di biomassa, legate principalmente all’intensificazione delle anomalie climatiche. Temperature più elevate, aumento del deficit di pressione di vapore e stress idrico hanno accelerato la morte degli alberi, riducendo drasticamente il tempo di permanenza del carbonio nella biomassa forestale.
Un elemento centrale dello studio è l’assenza di evidenze a favore della cosiddetta “fertilizzazione da CO₂”: l’aumento della concentrazione atmosferica di anidride carbonica non ha stimolato una crescita sufficiente della biomassa legnosa da compensare le perdite. Eventi estremi come i cicloni tropicali hanno inoltre amplificato la mortalità e ridotto temporaneamente la capacità di crescita delle foreste, con effetti comparabili, per intensità, a quelli delle tendenze climatiche di lungo periodo.
Dal punto di vista interpretativo, lo studio assume un significato che va ben oltre il contesto geografico australiano e invita a una riflessione più ampia sul ruolo delle foreste tropicali nel sistema climatico globale. Le foreste tropicali umide dell’Australia, pur rappresentando una frazione relativamente piccola della copertura forestale mondiale, costituiscono un vero e proprio laboratorio naturale: sono ecosistemi ad altissima biomassa, sensibili allo stress termico e idrico e già esposti a disturbi estremi come i cicloni. Proprio per questo, ciò che accade in queste foreste può essere interpretato come un’anticipazione di dinamiche che potrebbero manifestarsi, nel medio-lungo periodo, anche in altre regioni tropicali del pianeta.
Il messaggio chiave che emerge è che i cambiamenti climatici non agiscono semplicemente riducendo l’efficienza dei pozzi di carbonio, ma sono in grado di modificare in profondità le dinamiche forestali che sostengono la capacità di assorbimento del carbonio. L’aumento della mortalità arborea, la riduzione del tempo di residenza del carbonio nella biomassa legnosa e l’assenza di una compensazione attraverso una maggiore crescita rappresentano un cambiamento strutturale del funzionamento dell’ecosistema. In questo senso, la foresta non è più solo “meno efficiente” come pozzo di carbonio, ma rischia di cambiare stato funzionale, trasformandosi progressivamente in una fonte netta di carbonio per l’atmosfera.
Particolarmente rilevante è il fatto che questo processo avvenga senza un collasso immediato della biomassa totale: le foreste restano ancora oggi tra gli ecosistemi terrestri più ricchi di carbonio, ma la loro capacità di trattenere tale carbonio nel tempo si è fortemente indebolita. Questo aspetto mette in luce un punto spesso sottovalutato nel dibattito climatico: non conta solo quanta biomassa è presente, ma anche per quanto tempo il carbonio rimane immobilizzato. La riduzione dei tempi di permanenza implica flussi di carbonio più rapidi verso l’atmosfera, rendendo il sistema forestale più instabile e vulnerabile agli shock climatici futuri.
L’assenza di un chiaro effetto di “fertilizzazione da CO₂” rafforza ulteriormente la portata critica dello studio. L’idea che l’aumento della concentrazione di CO₂ possa compensare gli effetti negativi del riscaldamento globale attraverso una crescita forestale accelerata appare, alla luce di questi risultati, quantomeno fragile. Se la crescita della biomassa legnosa non aumenta, mentre la mortalità accelera, il bilancio complessivo tende inevitabilmente verso la perdita netta di carbonio. Questo solleva interrogativi importanti sull’affidabilità di alcuni modelli del sistema Terra che continuano a prevedere un rafforzamento dei “pozzi di CO2” tropicali nel breve periodo.
Infine, il potenziale per una risposta simile ai cambiamenti climatici da parte della biomassa legnosa superficiale nelle foreste tropicali umide a livello globale assume un significato particolarmente allarmante. Se il passaggio osservato in Australia dovesse estendersi alle grandi foreste dell’Amazzonia, dell’Africa centrale e del Sud-Est asiatico, le implicazioni per il ciclo globale del carbonio sarebbero enormi. Un passaggio a lungo termine da pozzi di carbonio a fonti di carbonio rappresenterebbe un potente feedback positivo sul cambiamento climatico, riducendo drasticamente il margine di manovra per il rispetto degli obiettivi climatici internazionali.
In questo senso, lo studio non si limita a descrivere un cambiamento ecologico locale, ma lancia un segnale d’allarme sistemico: la stabilità climatica globale è strettamente intrecciata alla resilienza delle foreste tropicali, e la loro capacità di svolgere il ruolo di alleate nella mitigazione del cambiamento climatico non può più essere data per scontata.