Cooperative e sindacati: la lezione del mercato

di Dario Casati
Lo scontro fra i sindacati e le cooperative induce ad una riflessione non episodica né di colore su uno degli eterni conflitti dell’economia. Lo spunto è la violenta polemica fra il vertice della CGIL e quello della Coop in occasione dello sciopero dei lavoratori del commercio indetto per l’ultimo sabato prenatalizio, presumibilmente il giorno di maggior volume di vendite di ogni anno, e, in particolare, del gracile 2015. Lo scontro ha coinvolto forze sociali politicamente vicine, ma inevitabilmente divise dal rispettivo ruolo e nasce da una visione stereotipata e rigida dell’economia. Lo hanno compreso i consumatori, più disturbati che solidali con una battaglia di cui non comprendono l’ opportunità, e anche i lavoratori che hanno risposto in pochi alla chiamata. Il vertice sindacale ha dimostrato di non conoscere la cooperazione ed ha mosso alla Coop l’accusa di puntare al profitto. In termini politici un vero schiaffo, in realtà una manifestazione di ridotta conoscenza della logica cooperativa. La cooperativa è una specie di ircocervo: per un aspetto è impresa fra le imprese, per l’altro non punta al profitto in sé, ma alla massima remunerazione dell’apporto dei soci. Quello che nelle imprese ordinarie è profitto in una cooperativa si traduce nel pagamento di un prezzo per i prodotti conferiti e i servizi offerti dai soci superiore a quello di mercato, proprio perché i margini positivi vengono rigirati ad essi, reinvestiti nella crescita dell’impresa comune, destinati al rafforzamento del sistema cooperativo. Nel caso della cooperazione di consumo o di acquisto di beni strumentali lo stesso concetto si traduce in costi teoricamente minori di quelli di mercato per il socio. E qui emerge un primo conflitto fra l’interesse dell’impresa cooperativa e quello individuale del socio che è contemporaneamente coimprenditore. È interesse comune realizzare il maggior volume possibile di attività insieme e quindi avere imprese competitive, efficienti e con margini da distribuire. Anche cercando di rimanere aperti il sabato delle vendite di Natale. La questione sfuggita al sindacato è che, come ogni impresa, anche la Coop punta ad acquisire quel differenziale fra ricavi e costi che però, come abbiamo visto, non è profitto, ma margine da distribuire ai soci. Il secondo conflitto è quello fra la cooperativa e i lavoratori che non ne siano soci. Non aprire i negozi per favorire i lavoratori sarebbe il suicidio dell’impresa e, nello stesso tempo, una fonte di danno per i soci colpiti due volte: nei migliori prezzi di cui non fruiscono e come coimprenditori colpiti nell’interesse della comune impresa.
Il caso è simile a quello delle cooperative di trasformazione in cui il conflitto emerge nel calcolo del prezzo da liquidare ai soci: il più alto possibile secondo “l’anima “ agricola dei soci interessati alla valorizzazione delle materie prime, meno elevato perché al netto del reinvestimento nell’impresa, secondo “l’anima” industriale della cooperativa. La classica sottocapitalizzazione delle cooperative rispetto alle imprese ordinarie nasce proprio da questo contrasto. Le Sirene del prezzo di mercato sono suadenti, ma mettono a rischio la solidità delle vere cooperative. Sono molto ascoltate perché per l’imprenditore agricolo socio vi sono due rischi di impresa, quello agricolo individuale  e quello industriale per la partecipazione nell’impresa.
In breve, la forza dell’ideale cooperativo nasce dalla volontà della composizione interna alla compagine dei classici conflitti affidati al mercato, ma è difficile operare sottraendosi alle regole di quest’ultimo se si vogliono costruire imprese solide e vitali. Una riflessione valida comunque, anche senza la variante impropria introdotta dalla vertenza sindacale dei lavoratori della distribuzione.
Quanto al tema della composizione dei conflitti occorre dire che la cooperazione non è stata sufficiente a risolverli, così come non lo sono le diverse forme di cogestione, e la crisi attuale lo sta dimostrando.


Cooperatives and trade unions: the market lesson
The clash between trade unions and cooperatives prompts frequent and serious reflection on one of the endless economic conflicts. The starting point was the vicious controversy between top managers of the CGIL and the Coop during the sales workers strike called for the last Saturday before Christmas, presumably the day with the highest sales volume for the entire year and, in particular, for a weak 2015. The clash involved politically similar social powers that are however inevitably divided by their respective roles and has its roots in the stereotyped and rigid view of the economy. Consumers understood it - more annoyed than sympathetic to a battle which to them makes no sense, with even few of the workers responding to the call. The trade unions’ management showed it does not know what cooperation is and accused the Coop of focusing on profit. In political terms, it was a real slap in the face and, in real terms, a demonstration of a limited knowledge of the logics of a cooperative. In a word, the strength of the cooperative ideal springs from the determination to solve the market’s classical conflicts.  However, it is difficult to operate by circumventing market rules if we are to build solid and viable businesses.