Riflessioni di un coltivatore di peperoncino

di Marco Carmazzi
Nell' immaginario collettivo il peperoncino rimanda a quell'ortaggio di colore rosso con una forma di un  piccolo cornetto e così è stato anche per me, soprattutto facendone esperienza sin da piccolo, nella mia  famiglia di contadini, quando veniva coltivato come frutto fresco.
Per esigenze di mercato si è ora passati più recentemente alla coltivazione di piante in vaso, anche di peperoncini ornamentali, scoprendo colori diversi, ma il mondo fantastico del peperoncino lo abbiamo scoperto conoscendo il collezionista Massimo  Biagi  e la sua grande collezione fatta di molte specie , varietà , forme, colori, piccantezza e sapori diversi.
E' una pianta "popolare", può essere usata per il  suo prezzo accessibile a tutti e coltivata da ognuno,  in un piccolo orto, in un giardino piuttosto che in una fioriera sul  balcone di casa, come pianta edibile ed ornamentale.
Il principe dei peperoncini nonostante sia da anni superato in piccantezza dal gruppo dei Naga,  Moruga, Scorpion ed ora dal Carolina Reaper e dal  Bhutlah, è a nostro  avviso l' Habanero, che riesce  a conciliare la piccantezza elevata per la comune tolleranza alla capsaicina, con l'aroma.
Certo, questa corsa verso valori estremi di piccante  ha portato all'immissione continua sul mercato di varietà nuove, senza  aspettare i tempi congrui per fissarne le caratteristiche, creando continua variabilità e quindi confusione tra i consumatori.
Dobbiamo educarci ad utilizzare il piacere della piccantezza con il sapore e l'aroma di questo tradizionale insaporitore dei nostri cibi.
Se pensiamo che il nostro  fabbisogno nazionale dell'utilizzo del peperoncino,  e' soddisfatto solo per il 30%, ed il restante 70% viene importato,  sorge una domanda spontanea: perché non lo produciamo  in Italia?
E' doverosa una riflessione in merito, per evitare di cadere in un circuito vizioso e cioè:  la GDO, il singolo commerciante o la multinazionale che trasforma  e  utilizza il peperoncino nel settore alimentare, sono disposti a pagare  di più il prodotto Made in Italy?
Sappiamo che, frequentemente, il peperoncino importato, viene coltivato con procedure professionalmente, eticamente ed igienicamente scorrette; vengono usati fitofarmaci non permessi dalla  nostra  legislazione,  viene usata mano d'opera sottopagata, si essicca  a cielo aperto e quindi in balia delle intemperie del tempo e della fauna circostante; tutto ciò comporta l'immissione sul mercato ad un prezzo ben lontano dai nostri  costi di produzione; per la produzione italiana c'è anche il problema dell'utilizzo di fitoregolatori della crescita non permessi nelle derrate alimentari.
In Italia, dovremmo fare un passo in avanti sulla tracciabilità dei prodotti; dovrebbe esserci l'obbligo di scrivere sull'etichetta ( sia per la produzione italiana  che  di quella estera) non solo chi lo confeziona e chi lo trasforma,  ma soprattutto dove, da chi  e come viene coltivato.



Remarks of a chili pepper grower 

The race towards achieving extremely hot peppers has led to the non-stop introduction of new varieties onto the market, without waiting an adequate amount of time for their characteristics to fix, creating endless variability and thus confusion for consumers. We must learn how to use and enjoy the spiciness of this flavorful and fragrant traditional seasoning. 
If we think that we meet our domestic demand for chili peppers only by 30% and the remaining 70% is imported, a question arises immediately: why do we not produce them in Italy?
It is only right and proper that thought be given to this so as to avoid falling into a vicious circle. In other words, is there a mass retailer, an individual dealer, or a multinational company that processes and uses chili peppers in the food sector that is willing to pay more for a product “Made in Italy”?