Le “mosche” delle giuggiole

di Santi Longo
I Lotofagi erano gli antichi abitanti della Cirenaica, regione dell’attuale Libia, i quali, secondo Omero, si cibavano delle drupe (giuggiole) del loto Ziziphus jujuba, già noto come Rhamnus lotus. Tale Ramnacea, diffusa in Asia e in Nord Africa, produce, numerosi fiori di piccole dimensioni dal colore bianco verdastro visitati dalle api; le drupe hanno epicarpo sottile che imbrunisce a maturazione assumendo una consistenza simile a quella dei datteri. La polpa è biancastra, farinosa, di sapore neutro o leggermente dolce acidulo. Nell’Odissea Omero scrive che chi mangiava le giuggiole perdeva ogni ricordo del passato e ogni preoccupazione per l’avvenire; pertanto i compagni di Ulisse, mandati in esplorazione, dopo aver assaggiato le giuggiole, non desiderarono altro che restare nel paese dei Lotofagi e nutrirsi di tali frutti, il che costrinse Odisseo a farli ricondurre a bordo con la forza e incatenare sulle loro rispettive navi. L’espressione “andare in brodo di giuggiole”, riferita a chi manifesta grande felicità, deriva dalla bontà del liquore che viene preparato a partire dalle giuggiole. Tali frutti sono apprezzati anche da alcune specie di Ditteri Tefritidi del genere Carpomya le più comuni delle quali sono Carpomya vesuviana Costa, diffusa nell’Italia meridionale e verso Oriente fino all’India e C. incompleta (Beck.) che, dall’Italia meridionale, si spinge verso l’Africa. Le larve delle due specie, lunghe a maturità circa 1 cm, danneggiano la polpa delle giuggiole e, completato lo sviluppo, impupano nel terreno sottostante le piante a pochi centimetri di profondità. Gli adulti delle due specie sfarfallano nella tarda primavera, hanno il corpo giallastro delle dimensioni medie di 3-5 mm e le ali maculate una prima discriminazione delle due mosche può essere fatta sulla base delle maculature presenti sul torace. Le larve vengono parassitizzate dagli imenotteri Braconidi Psyttalia concolor e Biosteres persulcatus i cui adulti sfarfallano dai pupari dei due ditteri carpofagi. Varie specie di formiche e di coleotteri Stafelinidi predano le pupe nel terreno; tuttavia l’attività dei suddetti entomofagi non riesce a contenere le infestazioni delle due mosche. Per limitare i danni, utili risultano le lavorazioni del terreno che mettono allo scoperto le pupe e favoriscono l’azione dei fattori climatici e l’attività dei predatori terricoli. Per la cattura degli adulti utili risultano le trappole chemio-attrattive del tipo McPhail o quelle artigianali realizzate con comuni bottiglie di plastica per bevande, nelle quali si ritagliano delle finestrelle laterali, ovvero vengono dotate di un tappo speciale (Trap-tap) che consente l’accesso delle mosche attratte da una soluzione di proteine idrolizzate o di fosfato biammonico, poste all’interno della bottiglia. E’ sconsigliabile l’uso di trappole gialle cromo attrattive che attraggono soprattutto i Braconidi parassitoidi e altri ausiliari.
 

The Jujube “Flies”

The Lotophagi were the ancient inhabitants of Cyrenaica, a region in present day Libya, who, according to Homer, fed on drupes (jujubes) from the Ziziphus jujube lotus, formerly known as Rhamnus lotus. Common in Asia and North Africa, this Rhamnaceae produces numerous small, greenish-white flowers that bees visit. The drupes have a thin epicarp that turns brown when ripe taking on a consistency similar to that of dates. The pulp is whitish, mealy with a neutral or slight sweet-sour taste. In the Odyssey, Homer wrote that whoever ate jujubes lost all memory of the past and any worry for the future. The fruits are also appreciated by some species of Tephritidae diptera of the Carpomya genera. The most common are the Carpomya vesuviana Costa, (common in southern Italy and eastward as far as India) and the C. incompleta (Beck.) that spreads from southern Italy towards Africa.