Alcune considerazioni sugli aiuti PAC all’agricoltura europea

di Pierluigi Taccone
Siamo alle tornate finali di quella che sarà la nuova PAC agricola 2013-2020 che tanta parte avrà nel decidere il futuro degli agricoltori europei dal 2013 al 2020.
Anzi a livello Europeo, è ormai cosa fatta, manca l’ interpretazione che lo stato Italiano darà a questo insieme di regolamenti e la ripartizione che intende farne nell’ambito di tutta l’agricoltura nazionale.
Questa riforma della politica agricola comunitaria sarà per gli agricoltori italiani di vitale importanza, ma lo sarà ancora di più per il mondo agricolo meridionale, caratterizzato in massima parte dalla presenza di colture mediterranee, la cui concorrenza proviene dai paesi rivieraschi del sud del Mediterraneo, che produttori di olio e di agrumi, hanno  costi molto più bassi dei nostri e  ci impongono una politica dei prezzi impossibile da affrontare senza risorse, quanto meno nel breve periodo.
Dunque la Comunità ha  varato la riforma della PAC, ma lo stato Italiano  tarda a espletare le incombenze che la UE le ha affidato in termini di gestione nazionale delle risorse comunitarie e di  ripartizione degli aiuti,  diffondendo tra gli agricoltori ansie ed incertezze.  
Indubbiamente questa latitanza delle Istituzioni Italiane nei confronti del mondo agricolo è un fatto culturale che ha radici profonde ed oggi malgrado si ricominci a parlare di agricoltura con rinnovato interesse, la si inquadra in un’ottica edonistica, goliardica, di vita beata all’aria aperta del buon contadino felice. Non è così.
L’agricoltura  è fatica, sacrificio, insieme alle insufficienti gratificazioni è  afflitta da una burocrazia miope ed autoreferenziale che trova nell’accanimento dei controlli e nella lentezza delle procedure la giustificazione della propria abbondante proliferazione e dei propri salari.
E’ proprio questa schizofrenia comportamentale della società civile che avvilisce e rende incerto il futuro del comparto agricolo: da un lato un osanna alla capacità del nostro mondo a rispondere con testardaggine e capacità alla crisi. dall’altro la tendenza a ritenere l’agricoltore un perenne assistito a danno della collettività. 
Il settore gode di notevoli aiuti a volte mal erogati e peggio utilizzati, ma essi generalmente, vanno a colmare un disavanzo che nasce dalla impossibilità del settore ad essere competitivo nella società tecnologicamente avanzata nella quale opera.
Ne derivano pesanti  critica da parte di popolazioni o settori economici che poco o nulla hanno a che fare con l’agricoltura: quella che impiega grosse quantità di mano d’opera e che vede sempre più assottigliarsi i propri margini operativi. 
Queste critiche di una parte della società europea possono esser capite. La solidarietà è un optional. Meno comprensibile è che tanta parte della società Italiana tratta il settore come se fosse composto da speculatori e lestofanti, , dimenticando magari che in altre circostanze e certamente con poca coerenza, queste stesse persone, abbiano magnificato le virtù e le potenziali risorse del settore. 
Questi duri giudizi non tengono conto che:
se è vero che la UE riversa sull’ agricoltura il 40% del suo bilancio e che queste risorse interessano in maniera diretta il 3% della popolazione,  è altrettanto vero che di questa immensa mole di danaro pubblico la maggior parte ritorna, sotto forma di riduzione di prezzo, all’intera collettività, che altrimenti dovrebbe rassegnarsi a spendere molto di più per mangiare.
Il mondo rurale Europeo è composto da milioni di piccole aziende la cui attività complementare ha come conseguenza il contenimento del degrado idrogeologico, paesaggistico, ambientale ed il controllo degli incendi. Ogni agricoltore è anche un attento custode del territorio. Finiti gli aiuti finiranno in buona misura anche gli agricoltori. Qualsiasi operazione di reinserimento in aree urbane  di masse espulse dalla campagna, ma in particolare la surrettizia gestione del territorio agricolo abbandonato, costerà alla comunità molto più di quanto non costi oggi. Dovrà farlo con personale non agricolo e senza alcun ritorno produttivo. 
Le agricolture dei paesi occidentali, salvo rari fenomeni di nicchia, producono a costi da paesi industrializzati e vendono a prezzi da terzo mondo. E’ solo questo il motivo per il quale esse sono sostenute. Da sole forniscono la maggioranza di tutta la produzione mondiale e decretarne la fine sarebbe uno sciocco suicidio per l’intero consorzio umano, per gli agricoltori, ma soprattutto per i paesi più poveri che in presenza di crisi o carestie non potrebbero attingere a scorte, che solo i paesi occidentali sono in grado di produrre e detenere.
Come si potrà notare il fenomeno è molto più complesso di quello che sembra e va valutato attentamente, senza superficiali analisi dalle quali potrebbero derivare conseguenze molto serie per gli equilibri internazionali.