Genome editing e aiuti alimentari, due premi Nobel rilevanti per l’agricoltura del XXI secolo

di Mario Enrico Pè *

Il 2020, che a buon diritto può essere classificato come un annus horribilis, in considerazione degli effetti dolorosi e preoccupanti che ha causato e sta causando a tutti noi e che sta determinando situazioni critiche al comparto agro-alimentare nazionale e mondiale, ha visto l’assegnazione di due premi Nobel che, per motivi diversi ma complementari, hanno una grande rilevanza per l’agricoltura. Il premio Nobel per la Chimica è stato attribuito alla francese Emmanuelle Charpentier e alla statunitense Jennifer A. Doudna, due ricercatrici che, studiando i meccanismi molecolari di difesa dei batteri da infezioni causate da virus (batteriofagi) hanno consentito di sviluppare il metodo chiamato genome editing. Con questa denominazione si richiama il processo di revisione di un testo scritto, nel caso specifico la sequenza di DNA. Il metodo di genome editing prevede la rottura delle eliche del DNA e per questo motivo ci si riferisce spesso all’immagine di forbici molecolari. La grande innovazione del genome editing sta nella precisione e relativa semplicità del sistema che è ben sintetizzata nelle parole del comunicato del Comitato Nobel che riporta: “tali forbici consentono di modificare il DNA di animali, piante e microrganismi con una precisione estremamente alta. Questa tecnologia sta avendo un impatto rivoluzionario sulle scienze della vita”. In un’occasione precedente su “Georgofili Info” ho avuto modo di sottolineare come l’applicazione del genome editing possa costituire uno strumento rivoluzionario nel miglioramento genetico – breeding – delle specie di interesse agrario. Attraverso interventi mirati su porzioni note del genoma vegetale è e sarà possibile sviluppare nuove varietà che siano funzionali all’agricoltura del XXI secolo, ovvero produttive, in grado di utilizzare al meglio le risorse, che diano prodotti di elevata qualità sia per il consumo diretto sia per la trasformazione, in definitiva per un’agricoltura più sostenibile, produttiva nelle diverse condizioni di coltivazione, in grado di rispondere agli effetti dei cambiamenti climatici in atto, che salvaguardi e valorizzi l’agrobiodiversità. Le modificazioni prodotte attraverso l’applicazione del genome editing sono in larga misura equivalenti a quelle determinate dai processi naturali di mutazione spontanea, che forniscono la variabilità genetica sulla quale agisce l’evoluzione, con il grande vantaggio, in questo caso, di essere mirate e non casuali. Per questo motivo la Società Italiana di Genetica Agraria – SIGA – ha proposto di definire il genome editing una delle Tecnologie di Evoluzione Assistita ovvero TEA. È opinione diffusa nella comunità scientifica mondiale che le TEA determineranno un cambiamento epocale nella pratica del miglioramento genetico e, conseguentemente, saranno, insieme alla rivoluzione digitale, uno dei pilastri fondamentali per l’innovazione dell’agricoltura. Di certo il Nobel attribuito a Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna premia l’attività di ricerca di base; le due scienziate hanno di fatto aperto la via a una grande innovazione che avrà un impatto su tutte le possibili applicazioni con e per esseri viventi, il che ribadisce il concetto che non ci può essere alcun progresso tecnologico senza una conoscenza scientifica profonda, che si realizza attraverso la ricerca di base, spinta dalla curiosità della conoscenza. Troppo spesso è attribuita una enfasi eccessiva alla ricerca applicata in contrapposizione alla ricerca di base, vista quasi come fosse un passatempo costoso, non sostenibile quando le risorse per la ricerca diventano un fattore limitante.

A mio avviso non è irragionevole l’aggancio del genome editing, che come abbiamo detto avrà un impatto enorme sull’agricoltura mondiale dell’immediato futuro, al Premio Nobel per la Pace, assegnato al World Food Programme, un’agenzia delle Nazioni Unite con sede a Roma, per “lo sforzo di contrasto alla fame, il contributo al miglioramento delle condizioni di pace in aree soggette a conflitto, per gli sforzi diretti a prevenire l’uso della fame come arma di guerra e di conflitto”. Le stime più recenti indicano in 690 milioni le persone affette da mancanza di cibo, la maggior parte delle quali residenti in aree di gravi conflitti, e tale numero sta già aumentando a causa della pandemia di Covid-19. Non è retorica né forzatura sottolineare da un lato la necessità di favorire il trasferimento delle TEA nei Paesi Emergenti, per evitare un allargamento del gap tecnologico, e dall’altro l’obbligo morale dei Paesi più avanzati di contribuire all’eradicazione di questa piaga non tollerabile, anche attraverso un’intensificazione sostenibile delle produzioni, utilizzando tutti gli strumenti resi disponibili dalle conoscenze scientifiche. In Europa si sta giocando una partita cruciale per svincolare le TEA e i loro prodotti dalla regolamentazione estremamente restrittiva sugli OGM, ai quali sono equiparate. È necessaria una convinta e forte azione da parte di ricercatori, produttori agricoli e consumatori affinché l’Europa e l’Italia non siano escluse da questa rivoluzione. Per concludere con uno sguardo al nostro Paese, in accordo con numerosi autorevoli ricercatori e ricercatrici, ritengo che le istituzioni del nostro Paese, in primo luogo il MiPAAF e il MIUR, debbano lanciare un ambizioso progetto strategico per costruire l’agricoltura italiana 2030, unendo risorse e organizzazione. Nella nostra visione tale progetto, fondato su bandi competitivi, dovrebbe puntare, addirittura forzare, l’attuazione di progetti multidisciplinari e interdisciplinari innovativi, focalizzati su alcune, poche, specie strategiche per l’agricoltura nazionale, favorendo ove possibile la gestione da parte di ricercatori e ricercatrici giovani, sostenuto da un finanziamento consistente e duraturo, con momenti di controllo ex post che valutino criticamente gli avanzamenti realizzati e che consenta, ove necessario, di reindirizzare le risorse. Per la realizzazione di questa visione è necessario puntare sull’integrazione delle competenze, focalizzare gli sforzi verso obbiettivi prioritari per l'agricoltura del nostro Paese, individuati mediante un confronto aperto con i diversi portatori di interesse e ottenere da essi un sostegno politico convinto, fondamentale per il reperimento e la massimizzazione delle risorse. È il momento giusto, ma non c’è tempo da perdere e il nostro Paese non ha a disposizione tante occasioni per cambiare marcia e finalmente occupare in Europa il ruolo scientifico che si merita che gli consentirebbe di guidare le strategie piuttosto che subirle.

* Professore di Genetica Agraria presso la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, Presidente della Società Italiana di Genetica Agraria.