La nostra pasta a stelle e strisce

di Giulia Bartalozzi
Proponiamo uno stralcio di un articolo di Francesca Russi pubblicato alcuni giorni fa da Repubblica.it sul tema dell’importazione di commodities alimentari …

Chiediamo ufficialmente che sulle buste di pasta pugliese e italiana vengano rappresentate le 50 stelle della bandiera americana, al posto dei simboli dell'italianità  -  provoca il presidente della Coldiretti Puglia Gianni Cantele  Ha più senso ed è più rispettoso nei confronti dei consumatori, considerata la passione degli industriali del nostro Belpaese per il grano americano". 
In Puglia si concentra oltre il 36% dell'attività molitoria nazionale, con la lavorazione di circa 80mila quintali al giorno di solo grano duro e altri 15mila di grano tenero. "Ma soltanto il 30 per cento della pasta prodotta in Puglia utilizza grano locale  -  fa i conti il direttore Coldiretti Antonio De Concilio  -  La certificazione italiana, se il territorio ha un valore, deve essere del prodotto e non del processo. Servono poi controlli perché il trasporto fa innalzare il rischio di contaminazioni".
Gli industriali, però, non ci stanno. "Senza grano estero la pasta italiana non si potrebbe produrre  -  replica Confindustria Bari e Bat  la soluzione potrebbe essere quella di aumentare la produzione agricola di grano pugliese e di innalzarne la qualità. Non c'è altra via per soddisfare la domanda dell'industria e ridurre le importazioni di grano estero. La produzione nazionale di frumento duro risulta deficitaria rispetto ai fabbisogni dell'industria". Negli ultimi sei anni sono state prodotte circa 3,4 milioni di tonnellate di grano all'anno a fronte di un fabbisogno industriale di 5,3 milioni di tonnellate. "Al problema della quantità occorre aggiungere anche la questione della qualità del grano locale  -  vanno avanti gli imprenditori  Confindustria invita i consumatori e non farsi ingannare da alcuni miti collettivi, come quello secondo cui tutto ciò che è coltivato in Italia sia necessariamente migliore di ciò che è coltivato altrove nel mondo".

(da: Repubblica.it , 19/10/2013)

 
… Per ribadire l’importanza del problema e ricordare che esso era già stato sollevato ed affrontato dal Presidente dei Georgofili, inaugurando il 259° anno accademico.


“Da qualche tempo, ampie superfici tuttora agrarie e di buon terreno rimangono incolte perché non in grado di fornire un reddito. Sembra incredibile che non ci si accorga come anche la nostra agroindustria potrebbe andare incontro agli stessi rischi, qualora continuassero a venir meno i suoi originali motivi di successo, basati sull’impiego di prodotti agricoli di qualità e di grande reputazione, legati ai territori di origine. Se non si desse più valore al prestigio di questi legami, sarebbe più facile per gli attuali paesi esportatori di commodities sviluppare anche un’altrettanto competitiva trasformazione ed esportazione in Europa di prodotti alimentari elaborati, magari etichettati con i nostri storici marchi, acquisiti ed usati da multinazionali o da singole imprese de localizzate.”