L’olivicoltura dopo il virus: «Dalla crisi usciremo migliorando l’efficienza del sistema»

Ambiente, gestione delle risorse naturali, biodiversità, produzioni agricole di qualità, rispetto del consumatore. E’ il percorso che dovrà seguire l’agricoltura se vorrà essere protagonista del dopo Coronavirus. Parliamo di uno dei pochi settori che in questo periodo non si sono fermati, di un comparto economico che ha necessariamente continuato a far lavorare i propri addetti. Ma che potrebbe soffrire le conseguenza di un rallentamento o blocco delle importazioni. E tra i tanti comparti, in questo senso, quello più a rischio è la produzione di olio d’oliva: il 60% delle materie prime lavorate in Italia (necessarie anche per esportare, visto che la produzione nazionale da sola non copre neanche i consumi interni) viene dall’estero. Sì, è vero: i coltivatori italiani possono stare tranquilli che tutto il loro prodotto andrà venduto, perché servirà tutto. Ma a prezzo molto basso. I molitori, quelli che poi l’olio vero lo mettono in bottiglia e lo vendono, dovranno fare i conti con un mercato instabile e complesso: con la ristorazione ferma l’olio extravergine d’oliva (Evo) perde il 95% del fatturato del prodotto di alta gamma; mentre Cina e Giappone hanno annullato (ad oggi) gli ordini programmati.
Nelle previsioni di molti sul «cosa accadrà dopo», nella certezza che «nulla sarà più come prima», l’evoluzione del mercato — anche grazie alla nuova attenzione dei consumatori a quanto arriva quotidianamente sulle tavole della quarantena — darà forse un valore nuovo all’agricoltura: sia per la produzione di cibo, sia come protagonista del sistema di promozione turistica integrata del territorio. In questo ambito l’olivicoltura è un settore che — dal Garda al Salento, dalla Sicilia al Veneto — già si immagina a riprogettare il proprio ruolo, per superare, oltre al dramma Covid-19, gli effetti della Xylella che da anni colpisce il Salento, con conseguenze drammatiche per migliaia di olivicoltori.
«Abbiamo un grande problema di produttività — spiega Andrea Sisti, presidente della World Association of Agronomist – e dal punto di vista strutturale è evidente a livello nazionale una forte incidenza dell’olivicoltura tradizionale, spesso multifunzionale ed a volte con forti limiti orografici e con aziende di limitata dimensione; fattori questi che non consentono economie di scala e l’applicazione di una piena meccanizzazione delle operazioni colturali, su tutte la raccolta». È evidente, continua, «che la produttività degli oliveti è bassa proprio a causa di carenze strutturali, sia dei limiti gestionali che nell’applicazione delle più recenti acquisizioni della ricerca sulle pratiche colturali». Nel nostro Paese siamo all’avanguardia nella ricerca sia agronomica che tecnologica per l’estrazione dell’olio, «ma questa attività deve essere sostenuta e promossa se si vuole davvero accrescere e migliorare l’efficienza del sistema». Ci sono molti i casi, in tutta la penisola, nelle regioni vocate e in quelle meno vocate, che offrono chiari esempi di approccio vincente all’innovazione, in campo ed in frantoio. Realtà giovani, dove le nuove generazioni hanno trasferito i loro studi.
L’analisi del territorio evidenzia la disponibilità di aree potenzialmente vocate per un’eventuale espansione della coltivazione dell’olivo il cui utilizzo nel rispetto delle strategie colturali applicabili, consentirebbe di incrementare la produzione nazionale di olive e di olio extravergine di oliva, senza accrescere la pressione sulle risorse naturali e sulla risorsa idrica. «Bisognerebbe progettare la razionalizzazione degli oliveti tradizionali — riprende Andrea Sisti —, il rinnovamento degli impianti e l’introduzione di nuovi sistemi colturali che concilino la sostenibilità ambientale con quella economica». Insomma, lavorare per avere reddito realizzando un prodotto alimentare sano. «Senza dimenticare — conclude Sisti – il valore di difesa del territorio, storico e paesaggistico che l’olivicoltura offre nel nostro Paese».


da Corriere.it, 11/4/2020