Insegna alle api addizioni e sottrazioni: "Forse utilizzano questa capacità a fini di orientamento"

Scarlett Howard, australiana, ricercatrice in zoologia all'Università di Tolosa, è conosciuta come "la professoressa delle api", perché è riuscita a insegnare l'aritmetica a questi operosi insetti così importanti per l'umanità – in quanto preziosi impollinatori – e così minacciati dai pesticidi.
Le api sanno contare?
«Possono imparare a farlo: lo dimostrano gli studi che stiamo pubblicando in questi anni. Abbiamo mostrato che possono confrontare due numeri – ad esempio 2 e 4, oppure 3 e 5, e riconoscere ogni volta il numero più piccolo. E possono imparare ad eseguire semplici addizioni, come "2 + 1". Inoltre nostri test ci dicono che in qualche modo le api comprendono un concetto non proprio banale: lo "zero"».
Perfino lo zero?
«In tutti questi confronti tra coppie di numeri, sanno riconoscere lo zero come valore inferiore a tutti gli altri. Abbiamo poi scoperto che le api mostrano più sicurezza nel riconoscere che lo zero è il numero più piccolo quando la coppia di numeri è "0,5" o "0,6", piuttosto che quando la coppia è "0,1" o "0,2". Come se avessero capito che lo zero è più "lontano" da 5 che da 1. Il nostro studio è il primo che mostra una capacità di questo tipo in un insetto».
Ma perché le api avrebbero questa sorta di predisposizione naturale all'aritmetica?
«Stiamo ancora investigando per rispondere in maniera soddisfacente a questa domanda. Quello che la letteratura scientifica suggerisce è che le api possano utilizzare queste capacità a fini di orientamento. Ad esempio per ritrovare un posto ricco di fiori, potrebbero ricordare che si trova dopo 3 alberi. Negli ambienti complessi e dinamici in cui le api vivono, è molto utile essere capaci di orientarsi scegliendo dei punti di riferimento. Ma stiamo studiando quali altri vantaggi evolutivi potrebbero giustificare la predisposizione delle api verso l'aritmetica».
Quali capacità richiede il calcolo aritmetico?
«Sono necessarie sia una discreta memoria a lungo termine, quella in cui sia noi che le api, quando facciamo calcoli, conserviamo le regole di calcolo. Ad esempio le mie api, dopo numerosi tentativi, imparano regole come: "Se vedi un colore blu, devi fare un'addizione, se vedi un colore giallo, devi fare una sottrazione". Oltre a questo serve una sufficiente memoria a breve termine, che è il posto che ci serve a ricordare i numeri che stiamo maneggiando durante un certo calcolo. La cosa stupefacente delle api è che il loro piccolissimo cervello – un millimetro cubo – contiene meno di un milione di neuroni, mentre il nostro cervello ne ha circa 86 miliardi. Eppure possono imparare a contare».
Ma come è riuscita a insegnare a contare alle sue api?
«Ho allestito una struttura a Y. C'è una camera d'ingresso, nella quale l'ape si trova davanti uno stimolo visivo: ad esempio una figura con due pallini, rappresentazione visuale del numero "2", e un colore che indica il tipo di operazione aritmetica da eseguire. Facciamo sì, dopo decine e decine di ripetizioni dell'esercizio, che le api memorizzino una regola, ad esempio che il colore blu significa che devono aggiungere "1" al numero iniziale, mentre il colore giallo significa che devono sottrarre "1".
Dopo la camera d'ingresso, l'ape entra in una "camera di decisione" dove può scegliere tra due diverse opzioni: appollaiarsi sul trespolo sottostante allo stimolo visivo "4" ovvero la risposta sbagliata, perché 2+1 non fa 4 – oppure sul trespolo corrispondente allo stimolo "3", che è il risultato corretto. Se l'ape indovina, è premiata con una soluzione zuccherina. Se sbaglia, è punita con del chinino, che ha un gusto amaro.
Dopo un centinaio di ripetizioni dell'esperimento, con un grado di bravura non uniforme ma che varia da ape ad ape, le api riescono a risolvere le addizioni o sottrazioni richieste».
I suoi esperimenti sulle api ci dicono anche qualcosa su di noi?
«L'antenato comune che abbiamo con le api risale a oltre 600 milioni di anni fa. La presenza di una sorta di capacità aritmetica in questi insetti potrebbe indurci a ipotizzare che queste capacità esistessero già in qualche forma in quel lontanissimo antenato, e che quindi la capacità di contare, nell'uomo, sia molto più antica del linguaggio».

Da Repubblica.it, Scienze, 2/4/2020