Pinete o querceti?

Pubblichiamo la lettera di un dottore forestale al quotidiano “Il Tirreno”, come appello contro il degrado delle pinete costiere

di Giorgio Gabelli

Egregio Direttore, 

chiedo l’ospitalità del suo giornale per intervenire sul tema denunciato dal Professor Barocci e per inserirmi con alcune considerazioni sull’argomento trattato.

Innanzi tutto come dottore forestale, già professionista, non posso negare di essere stato positivamente sorpreso dall’intervento del professore che, come esponente del mondo ambientalista, si dimostra scientemente così sensibile alla materia da andare, direi finalmente, contro a chi invece, professandosi ambientalista, abbia sempre osteggiato fino addirittura ad ostacolare, gli interventi che la pineta, che ricordo è un complesso del tutto artificiale introdotto nella nostra area circa duecento anni or sono, ha sempre richiesto e richiede per la sua sopravvivenza. Vorrei però, su tale apprezzabile e costruttiva posizione, con la sintesi che la pubblicazione mi richiede, aggiungere altre considerazioni di carattere biologico-colturale ed operative che l’accademico intervento del Prof. Barocci, forse non avvezzo alle attività professionali di campo, ha, purtroppo, pesantemente trascurato.

Non mi sembra infatti che il professore abbia dato la dovuta rilevanza situazione fitosanitaria che si rileva nelle pinete considerate: una situazione che riterrei quasi drammatica e totalmente condizionante la sopravvivenza delle conifere.

Non si denuncia che a causa dei pesanti attacchi parassitari e fungini la pineta non si rinnovi e che quindi in un futuro prossimo, con i tempi richiesti dalle naturali trasformazioni forestali, sia davvero preconizzabile un possibile avvicendamento naturale da parte di quelle che, rispetto alle artificiali associazioni forestali attuali poco stabili, si dimostreranno più stabili, cosicché le nuove generazioni potranno trovarsi di fronte a quello che il professore vede  - in tal caso poco accademicamente - come vituperato “querceto” e che invece, per lo scrivente, in un concetto prettamente ambientalista, catalogherebbe  come “trasformazione naturale della pineta verso un bosco planiziale litoraneo”.

Vorrei del resto che non si dimenticasse che i soprassuoli di pineta giunti a noi, ed ora  tanto apprezzati dal punto di vista ambientale e paesaggistico, non siano stati altro che frutto, originariamente, di una drastica forzatura ambientale che i Lorena, sicuramente non contrastati da comitati ambientalisti, imposero sulle componenti naturali e quindi il fatto che la situazione possa ai tempi nostri, dopo circa duecento anni, tendere – per varie ragioni – a modificarsi non dovrebbe certo meravigliare chi sia attento alla materia.

Che una critica situazione fitosanitaria interessi sia i popolamenti di Pino marittimo che quelli di Pino domestico, intaccando pesantemente lo stato vegetativo delle due specie e la loro possibilità di perpetuazione, quindi la vita e la sopravvivenza delle pinete è purtroppo nota. 

Il pino marittimo è da anni flagellato da vari attacchi parassitari che ne hanno decimato la presenza su tutti i soprassuoli considerati e solo ottimisticamente oggi si potrebbero ipotizzare, per la mancanza di efficaci mezzi di lotta, garanzie sulla perpetuazione della specie. Il pino domestico ormai da oltre una decina d’anni non fruttifica più (!!) e quindi non dà più vita a nuove generazioni che possano ricostituire il normale rinnovo dei popolamenti, come era invece sistematicamente avvenuto in questi ultimi duecento anni. 

Questo è lo scenario realistico da denunciare, altro che “giornalate”, convegni, studi, comitati di difesa delle pinete e nascita di “circoli di bocciofila” animati da impreparate sensibilità selvicolturali: muovere le coscienze per denunciare concretamente lo stato di degrado della pineta, come il Prof. Barocci, dicevo finalmente, come voce ambientalista costruttiva, è per questo molto apprezzabile.

Approfitterei dell’occasione per sensibilizzare chi pensa che le pinete debbano essere lasciate a loro stesse invitandoli ad osservare, quando passano per caso in una pineta, non solo le chiome delle piante ma di guardare “ai piedi” delle conifere e nelle aree intorno ad essi in quello che era il punto che, canonicamente, faceva rilevare la presenza o meno della corte del novellame frutto della disseminazione, quindi della vita futura di una pineta. Oggi, anche un distratto osservatore, rileverebbe che, come succede da anni, la rinnovazione dei pini non solo sia divenuta del tutto sporadica ma, spesso, del tutto assente: segno tangibile ed inequivocabile che le pinete, stanti cosi le cose, siano davvero destinate a sparire!

Su questo stato di cose mi preme del resto, professionalmente parlando, quanto sia poi rilevabile nel concreto, a parte convegni, studi e seminari, l’immobilismo di amministrazioni, enti ed autorità, e che spesso, le opportunità politicamente sbandierate di aiuti e solleciti ad intervenire, molto spesso cozzino contro lungaggini burocratico-amministrative e scarsa accessibilità degli aiuti pubblici, dirottati regionalmente e prioritariamente ad altre aree.

Per questo nel ringraziare dell’intervento il Prof. Barocci vorrei renderlo partecipe del fatto che se è grande l’importanza di denunciare la critica realtà della situazione quanto poi siano alti gli ostacoli da superare, a cominciare dal combattere contro coloro che auspicano, per mantenerle, di lasciare a sé stesse le pinete, di non farvi entrare motoseghe e macchine che le distruggerebbero e dagli ostacoli burocratici-amministrativi che spesso si parano davanti a chi vorrebbe compiere opere di miglioramento.

Ben vengano azioni di quella Pianificazione Forestale sollecitata dal professore ma soprattutto, con quelle che saranno le carte prodotte dai programmi, si autorizzino e si facciano – trascurando le alzate di scudi da parte dei “cespugli” ambientalisti – tutti gli interventi necessari ad aiutare lo stato vegetativo delle componenti arboree ( abbattimento delle piante secche e deperienti, diradamenti, potature, contenimento della componente arbustiva, manutenzioni della viabilità di servizio, interventi di salvaguardia antincendio  ecc.), e vengano adottate pratiche per un rilascio tempestivo dei titoli abilitativi e delle autorizzazioni (troppo spesso frazionate e delegate a vari enti) per fare le opere. Altresì si prospettino piani di finanziamento più agevolati e non penalizzanti, come attualmente avviene per i comuni considerati, e così si creino, quanto meno, le condizioni per ridare vigore alle pinete, con la speranza che in esse, oltre a contenersi le criticità fitosanitarie, si rinnovino le possibilità di fruttificazione ed almeno si possa sperare, con condizioni di migliorato benessere dei soprassuoli, che i tempi di sostituzione del pino rispetto ad altre specie si allunghino, posticipando più a lungo, per le generazioni successive, l’avvento del tanto vituperato “querceto” del Prof. Barocci.