L’agricoltura italiana di fronte alle sfide della sostenibilità.

Note dal Convegno “Quale agricoltura per nutrire l’umanità e salvaguardare il pianeta”

di Chiara Grassi e Simone Orlandini

Il convegno su “Quale agricoltura per nutrire l’umanità e salvaguardare il pianeta”, che si è svolto all’Università Cattolica del Sacro Cuore (Piacenza) lo scorso maggio, ha avuto come centro di discussione il ruolo passato, attuale e futuro dell’agricoltura, nel soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione mondiale e le conseguenti sfide per produrre più cibo salvaguardando al contempo l’ambiente.
Nel corso della storia, il settore agricolo è andato incontro a molti progressi legati al mutamento delle esigenze alimentari di una popolazione mondiale in continuo evolversi. Grazie alla Rivoluzione verde, ultimo in ordine di tempo, si è affrontata una crisi umanitaria imminente dovuta a una rapida crescita demografica che non è stata accompagnata da un altrettanto rapido incremento della produzione agricola globale. iI progressi hanno riguardato soprattutto il campo della meccanizzazione, del miglioramento genetico e dell’uso di prodotti di sintesi. Oggi siamo di fronte a una nuova sfida per l’agricoltura, in quanto si stima che nel 2050 la popolazione mondiale salirà di oltre 10 miliardi, e che, rispetto al 2013, si avrà un aumento del 50% della domanda di cibo.
I progressi ottenuti in campo agricolo sono stati possibili grazie sia alla ricerca e al trasferimento dell’innovazione, sia agli agricoltori che hanno applicato le conoscenze derivanti dalla ricerca. Ciò ha permesso negli ultimi cinquant’anni di triplicare la produzione agricola e di passare dal 35% del 1970 di popolazione mondiale al di sotto della soglia di sufficienza alimentare, al 10% di oggi. Tuttavia, nonostante attualmente sia possibile fornire 2500 kcal/pro-capite giornaliere all’intera popolazione globale, 821 milioni di persone sono sottonutrite, 2 miliardi sono sovrappeso e 2 miliardi presentano deficienze alimentari.
L’evolversi della popolazione mondiale porterà nuove esigenze alimentari. Ad esempio si assisterà a un aumento della popolazione anziana e di quella istruita e a un aumento del reddito pro-capite, tutti fattori che comportano la richiesta non più di alimenti classificabili di sussistenza, ma di cibi trasformati e non di base come zuccheri, carne e latte etc. Non da ultimo si assisterà sempre di più, alla progressiva migrazione della popolazione dalle aree rurali alla città, con conseguente spopolamento delle campagne. Dal 1990 al 2016 si è assistito un aumento di suolo urbanizzato pari a circa 570 mila ettari con conseguenti modifiche del tipico paesaggio rurale italiano a “mosaico”, in cui campagna e città creavano una rete sociale ed economica di vantaggi reciproci e dove l’agricoltore svolgeva un ruolo fondamentale come custode e modellatore del territorio. In questo nuovo contesto, la figura dell’agricoltore assume un ruolo marginale e sempre di più la campagna sembra essere gestita da altre professionalità e non da chi la lavora da sempre.
Se da una parte l’agricoltura deve adattarsi alle nuove esigenze di mercato, è anche vero che serve una educazione del consumatore poiché è lui che determina la domanda. Oggigiorno questa figura pone sempre maggior attenzione al mondo rurale e viene ricercato un prodotto italiano, sano e di qualità. È stato tuttavia osservato che esiste una sconnessione tra la città e la campagna e ciò che fa sì che certi comportamenti ritenuti corretti dal consumatore perché a favore del mondo rurale in realtà lo danneggino. Affinché l’agricoltura possa soddisfare le crescenti esigenze alimentari, è anche importante che sia garantito un reddito dignitoso all’agricoltore tramite il riconoscimento del giusto prezzo di mercato, anche ai fini della salvaguardia il prodotto locale che spesso deve concorrere con una produzione estera a basso costo. L’agricoltura di oggi inoltre deve fronteggiare sempre più spesso i danni dovuti a calamità naturali ed eventi meteorologici estremi, che portano alla perdita del prodotto già in pieno campo e quindi a una diminuzione del reddito. In tale contesto è quindi importante che vengano introdotte e applicate politiche di supporto all’agricoltura da parte dello Stato e che questo prenda coscienza delle problematiche reali del settore.
Un altro importante elemento da considerare per far fronte alle sfide del settore primario, è lo spreco alimentare che vede il 30% della produzione agricola perso. Nei paesi occidentali tale spreco avviene principalmente nelle case durante la preparazione dei pasti; nei paesi in cui si pratica agricoltura di sussistenza (40-50% della popolazione mondiale) lo spreco si ha principalmente in campo, nel post-raccolta e nella conservazione degli alimenti, poiché mancano le conoscenze o i mezzi necessari per trasformarlo e conservalo. È quindi necessario attuare buone pratiche e diffondere conoscenze che ne evitino o riducano lo spreco.
L’agricoltura convenzionale fino ad oggi praticata, basata sui principi della Rivoluzione verde, ha un approccio “produttivistico, e pur incrementando le derrate alimentari, ha portato ad un eccessivo sfruttamento delle risorse naturali. Oggi è sempre più richiesta un’agricoltura più “naturale” (integrata, biologica, etc.), rispettosa dell’ambiente, che introduce e applica il concetto di “sostenibilità ambientale” e che cerca di attenuare gli effetti negativi di pratiche agricole tal volta mal applicate nel passato e in cui il consumatore ha un ruolo più consapevole. Questa tipologia di agricoltura ha un approccio di “decrescita” ma se applicata su ampia scala rischia di scontrarsi con la necessita di sfamare la crescente popolazione mondiale poiché le sue rese sono inferiori rispetto a quelle di una agricoltura convenzionale. Considerando le esigenze imminenti dell’umanità e le terre come un bene finito, risulta quindi necessario o incrementare le rese in campo ad ettaro/ animale e/o migliorare l’efficienza produttiva o trovare nuove terre coltivabili a scapito della sostenibilità ambientale. Viene quindi proposto un approccio “sistemico” in cui la responsabilità è del consumatore “consapevole” e del produttore che non sfrutta l’ecosistema ma lo gestisce in modo razionale. Ad oggi nessun tipo di agricoltura può dirsi realmente sostenibile e non esiste una sola via per praticare la sostenibilità in ambito agricolo o un solo approccio all’agricoltura. Ciò che è sostenibile in un territorio con una determinata coltura non è scontato che lo sia in altre zone. È su questi temi che AISSA (Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie) ha avviato dei lavori che si concretizzeranno in un documento in cui vengono analizzate tutte le filiere agricole con i loro punti di forza e debolezza e potenziali approcci per massimizzare l’efficienza produttiva in relazione all’ambiente e al territorio.