Monitoraggio della fauna nelle proprietà della Ca’ Granda

Una gestione virtuosa delle aree agricole si traduce in un’elevata biodiversità e nella presenza di specie altrove minacciate. È quanto emerge dallo studio commissionato da Fondazione Patrimonio Ca’ Granda che detiene il più grande patrimonio rurale in Italia.

di Achille Lanzarini e Riccardo Falco

Agricoltura e zootecnia hanno contribuito nel tempo a definire le caratteristiche paesaggistiche e ambientali del territorio, contenendo da un lato il consumo di suolo, ma al contempo contribuendo alla riduzione degli ambienti naturali e quindi delle specie floristiche e faunistiche ad essi legate. Una parte rilevante delle specie animali e vegetali attualmente più minacciate in Europa, infatti, è propria di ambienti per lo più originati e mantenuti dall’attività agricola. Nella convinzione che conservazione della biodiversità e sviluppo agro-zootecnico possano e debbano coniugarsi, Fondazione Patrimonio Ca’ Granda ha incaricato Fondazione Lombardia per l’Ambiente di realizzare il progetto di “Monitoraggio della fauna nelle proprietà della Ca’ Granda”.
Nel corso del biennio 2018-2019 sono state individuate e indagate 18 differenti macroaree rappresentative del vasto mosaico di agro ambienti di Fondazione Patrimonio Ca’ Granda: 8.400 ettari complessivi tra coltivati, prati, siepi, filari, piccole aree umide, boschi e cascine, ubicati in Lombardia nel Parco del Ticino, nel Parco Agricolo Sud Milano e nel Parco Adda Sud.
La prima fase progettuale ha riguardato la scelta dei taxa oggetto delle attività di censimento in campo e l’implementazione dei monitoraggi mediante impiego di tecniche standardizzate, al fine di ottenere il maggior numero possibile di dati quali-quantitativi. La scelta dei gruppi è stata effettuata sia sulla base delle differenti caratteristiche ambientali, sia in relazione al loro specifico ruolo ecologico.

Nello specifico sono stati indagati:
    • Odonati (libellule), in quanto caratterizzati da un ciclo vitale anfibio, sono in grado di fornire informazioni sia sulle condizioni dei corpi idrici che sulla vegetazione e sulla sua struttura.
    • Lepidotteri ropaloceri (farfalle diurne), di norma utilizzati come indicatori ambientali in quanto organismi strettamente correlati alle caratteristiche di un determinato ambiente e notevolmente sensibili ai fattori di disturbo di origine antropica. La loro presenza/assenza rappresenta quindi un importante segnale sulla salute dell’ambiente, da cui sono completamente dipendenti.
    • Anfibi sono importanti bioindicatori sensibili all’inquinamento e agli stress ambientali, quali ad esempio, la frammentazione e l’alterazione degli habitat; sono inoltre particolarmente sensibili a malattie e parassiti, spesso trasmessi da specie esotiche invasive.
    • Rettili, taxon spesso legato ad ambienti ecotonali e di transizione tra coltivi e boschi, fasce arboreo-arbustive, sono un buon indicatore della complessità del mosaico ambientale.
    • Uccelli sono eccellenti bioindicatori in grado di rispondere a variazioni ambientali a differente scala, risultano inoltre ben riconoscibili, attivi tutto l’anno e in particolar modo nel periodo primaverile, anche nelle aree agricole e urbanizzate.

Le conoscenze così acquisite hanno permesso per ogni macroarea indagata di:
    • fornire indicazione di sintesi sul valore naturalistico e sulle necessità di intervento;
    • individuare i principali servizi ecosistemici offerti dalla biodiversità all’agricoltura;
    • ipotizzare misure gestionali o interventi diretti volti a migliorare la qualità dell’ambiente per la fauna e i servizi ecosistemici forniti dalle diverse comunità animali che insistono sull’area o che potrebbero tornare proprio in seguito alla realizzazione di misure gestionali/interventi virtuosi.

In generale, dall’indagine emerge un quadro positivo; la gestione virtuosa della maggior parte delle 18 macroaree indagate, si traduce in un’elevata biodiversità e nella presenza di specie minacciate e altrove poco comuni. Molte delle macroaree si configurano come “oasi nel deserto” della pianura lombarda che attraverso un’adeguata valorizzazione potrebbero diventare importanti punti di riferimento per la conservazione dell’ambiente in Lombardia e per i molti appassionati di natura alla continua ricerca di angoli ancora poco conosciuti.

La Fondazione Patrimonio Ca’ Granda è stata creata nel 2015 per finanziare la ricerca scientifica del Policlinico di Milano attraverso la valorizzazione agricola, ambientale e fruitiva del patrimonio rurale conferito dall’ospedale frutto di sei secoli di donazioni da benefattori milanesi. www.fondazionepatrimoniocagranda.it

(Achille Lanzarini, Direttore Generale, Fondazione Patrimonio Ca’ Granda
Riccardo Falco, Responsabile Ricerca Territoriale, Fondazione Lombardia per l'Ambiente)

Foto Credits: Roberto Oldani