L’economia al tempo della pandemia: il vincolo burocrazia

di Dario Casati

Dopo tante previsioni formulate nei mesi scorsi sulle conseguenze economiche della crisi provocata dalla Covid-19, diverse ma concordi su un calo record del Pil,  nella prima settimana di maggio l’Istat ha reso nota la stima sull’andamento dell’economia nel primo trimestre 2020. Come era logico attendersi il calo calcolato su dati reali è consistente e pari al 4,7% rispetto allo stesso periodo del 2019 ed al 4,8% sull’ultimo trimestre 2019. Su base annua giungerebbe al 4,9%. L’andamento risente del rallentamento degli ultimi 2019 e della dinamica di marzo, con il blocco totale, rispetto a gennaio e febbraio. Il dato relativo all’Ue si traduce in una contrazione del 3,8%. Attendiamo con ansia i risultati dei prossimi mesi, mentre la scena economica è dominata dalle diatribe politiche e da un surreale dibattito sull’imponente massa di debito che l’Italia sta quasi allegramente accollandosi per cercare di ridare continuità all’economia dopo la brusca frenata.
L’impressione diffusa dai mezzi di comunicazione è che il paese unito possa riprendersi. Il Governo ha predisposto una serie di misure minuziosamente articolate ma sostanzialmente incoerenti e scarsamente sorrette da una vera strategia di ripresa. Non vi è limite alla fantasia nel profluvio di decreti che erogano i più diversi aiuti senza preoccuparsi di delineare quali concreti obiettivi si propongano e in quale contesto di priorità e di strategie, al di là dell’ovvietà dei sussidi urgenti a persone e categorie bloccate per il bene della salute pubblica. I sussidi tardano e ciò provoca un grave scollamento fra l’urgenza e la realtà delle erogazioni.
Il momento richiede serietà e concretezza e non ammette facili critiche o polemiche sterili.  Nei giorni eroici e roventi del dilagare dell’epidemia, due settori hanno sorretto il Paese e rafforzato gli Italiani: quello della Salute e l’agroalimentare. L’epidemia è stata affrontata col sostegno di questi due pilastri. Nell’insieme delle misure che vengono portate a finanziamento in questi giorni si trova qualche cenno per il primo, costituito da una componente pubblica prevalente e in misura minore privata, che molto ha cooperato risultando spesso decisiva, Per il secondo, tutto privato e, soprattutto nella componente agricola, formato da un tessuto di piccoli imprenditori nulla viene messo in cantiere per il futuro della ricostruzione. Ometto la questione della carenza di manodopera agricola strumentalizzata ad altri fini e terreno di scontro di esigenze etero dirette.
L’agricoltura viene da un quinquennio di prezzi bassi, di rendimenti produttivi fermi per molte ragioni, di incertezza sul suo futuro legato alle vicende della Pac e quindi del quadro finanziario europeo impegnato sul post Covid 19. Tanti elogi e poetiche illustrazioni dell’agricoltura immaginata e poco o nulla per quella vera.
Per partire bene serve una strategia che sia condivisibile con il resto dell’economia che sembra facilmente individuabile: la ristrutturazione del sistema pubblico nel suo insieme, con una vera riduzione della tagliola burocratica che colpisce tutti i settori produttivi. A parole tutti concordano. I tempi di ricostruzione del Ponte di Genova vengono citati con compiacimento come “modello Genova”, ma c’è da chiedersi quanti lo vogliano davvero generalizzato. L’Italia e gli Italiani sulla questione sono divisi in due: da un lato vorrebbero liberarsi dalle pastoie dei “lacci e lacciuoli” che già  Einaudi criticava con tanta chiarezza, dall’altra non saprebbero farne a meno. Su ogni questione invocano il controllo dello Stato e delle sue emanazioni. A partire dal Governo che per decidere nell’emergenza ha bisogno di mille comitati e poi di un numero incredibile di passaggi, ognuno dei quali richiede tempo, energie, personale, mentre determina insicurezza e discrezionalità. Quest’ultima volta provoca a caduta una serie di rinvii, spesso con l’intervento interminabile della Magistratura per la quale rappresenta un carico improprio.
In questo atteggiamento sono presenti due elementi: il timore di comportamenti fraudolenti e la sostanziale incapacità di assumersi responsabilità.
Molte cause di proliferazione della burocrazia inefficiente, ad esempio, nascono dalla diffusa confusione dei poteri e quindi dei controlli e dei permessi, con una sequela di passaggi inutili e liberticidi. Tuttti intervengono, nessuno vuole decidere.
 Si critica molto il Codice degli appalti come causa di rallentamenti, anche se quando fu introdotto ciò avvenne a furor di popolo. Non c’è Codice che tenga se vi è la volontà di collusione negli appalti, se corrotti e corruttori sono disponibili.
Un altro esempio è la digitalizzazione delle procedure. Anche nei giorni dell’emergenza non riduce i tempi perché è stata fatta nella logica della riproduzione delle vecchie procedure cartacee, senza tenere conto della potenzialità dei nuovi mezzi.
Il ritardo nell’erogazione dei sussidi urgenti è dovuto,a quanto pare, a pratiche conformi alle prescrizioni di legge che sembrano fatte apposta per rallentarli e così non arriva nulla. In altri Paesi sono giunti e già impiegati.
L’economia è schiava della burocrazia inutile e ridondante e la politica non ha la forza né la capacità per intervenire. La riforma della Pubblica Amministrazione viene rinviata sine die. Così nel momento della crisi si assume nuovo personale. Si spende di più, ma il risultato non cambia se prima non si interviene sulla logica.
Proviamo a partire dal ridimensionamento della burocrazia e dei suoi costi, vere e proprie tasse occulte, per dare più slancio all’Italia, senza  creare l’ennesima inutile Commissione di esperti.