Indennizzare gli olivicoltori danneggiati dal paesaggio

di Franco Scaramuzzi
Una parte della nostra attuale olivicoltura oggi dimostra di avere costi di produzione superiori ai prezzi che gli agricoltori riescono a spuntare. Per ora, non ha rilevanza quantificare la dimensione di questa realtà, anche perché varia di anno in anno, in funzione dei prezzi di mercato. Ma questi prezzi probabilmente tenderanno a calare ulteriormente, in seguito all’incremento delle produzioni mondiali di oli extravergini a costi molto più bassi. Potrà quindi verosimilmente continuare a crescere il numero di olivicoltori che verranno a trovarsi in difficoltà.
Ciò solleva una questione di principio, che non riguarda solo l’olivo. Investe aspetti di equità e di legittimità nei confronti di norme che, mirando alla conservazione del paesaggio agricolo attuale, impongono piani territoriali per il mantenimento delle coltivazioni in essere, indipendentemente dai redditi da queste ricavabili e senza prevedere alcun indennizzo per gli agricoltori danneggiati. Se fossimo certi che si tratti di intervento di pubblica utilità, potrebbe essere legittimamente adottato lo strumento dell’esproprio, che si dimostrerebbe meno iniquo. In mancanza di indennizzi, basati sul minor reddito rapportato a quello che gli stessi imprenditori agricoli potrebbero ottenere se la normativa vigente non impedisse loro di cambiare la destinazione colturale dei loro terreni. Ad essi non resta che cercare almeno di risparmiare il più possibile nelle spese colturali, a cominciare dall’acquisto dei necessari mezzi di produzione (concimi, antiparassitari, carburanti, ecc.), riducendo le cure abituali e limitando l’impiego di manodopera (anche della propria), adottando tecniche sbrigative (con effetti deleteri già largamente verificabili nella potatura). Alcuni hanno già abbandonato a se stessi oliveti adiacenti a boschi, lasciandoli invadere da un rimboschimento spontaneo. E’ comunque probabile che un numero crescente di oliveti finisca per manifestare palesi sofferenze da incuria, non solo producendo sempre meno e più saltuariamente, ma anche nell’aspetto della chioma, perdendo quel pregio che conferiva al paesaggio e quindi facendo venir meno i motivi della loro conservazione imposta per legge. E’ facile pensare che anche un esproprio porterebbe a risultati analoghi, o assai probabilmente peggiori. D’altra parte, gli indennizzi porterebbero complessi problemi operativi ed a costi complessivamente non facilmente sostenibili. Andrebbe però considerata anche la possibilità, più facile, di revocare il divieto e ridare agli olivicoltori la dignità e la responsabile libertà di imprenditori.

(L'articolo è tratto dalla relazione svolta da Franco Scaramuzzi a Sassari il 12 novembre 2010, nel corso di una giornata di studio sul tema. Il testo integrale della relazione è disponibile sul sito www.georgofili.it)