Genome editing: un nuovo modo di approcciare l’argomento

di Luigi Bavaresco

Il genome editing, che potremmo tradurre, in ambito agrario, con tecnologia per l’evoluzione assistita (TEA) è una tecnica rivoluzionaria che permette di agire a livello del DNA  facendogli  esprimere delle nuove funzioni ritenute positive per l’uomo, per un animale, per una pianta, per un microorganismo. Nel regno vegetale questa tecnica ha permesso di ottenere piante di interesse agrario, che resistono a malattie, siccità, ecc., ma questa nuova biotecnologia  non è ammessa ovunque. Nell’UE per esempio  il genome editing è assimilato (vedi decisione della Corte di Giustizia europea del 25 luglio 2018) a quelle tecniche con le quali si ottengono gli organismi geneticamente modificati (OGM), che sono di fatto proibiti alla coltivazione. Da un punto di vista scientifico l’ equiparazione tra  genome editing e OGM non è corretta;  gli organismi pubblici, nazionali ed europei però stanno cambiando idea e probabilmente sarà possibile anche in Europa poter sperimentare in campo, e poi coltivare, piante (la vite per esempio) che siano state rese più resistenti a vari fattori di stress biotico  e abiotico: questo nuovo individuo, nel caso della vite, sarà considerato (probabilmente) un clone di quel vitigno, per cui la piattaforma ampelografica di una certa denominazione non cambierà; questo intervento infatti  simula quanto la natura fa normalmente in pieno campo da millenni e che viene valorizzato mediante la selezione clonale.  Il cambio di visione della Commissione europea (da ostile a positiva) è riscontrabile anche dal fatto che il genome editing è stato inserito nella strategia “From Farm to Fork” come strumento  per realizzare gli obiettivi di sostenibilità tracciati dal Green Deal. Le prospettive sono quindi positive, ma per renderle concrete  e utili i paradigmi scientifici da soli non bastano; bisogna infatti  che queste nuove tecnologie si sviluppino all’interno di  una “governance” condivisa (a livello internazionale) non solo dalla comunità scientifica, ma anche dalla società, perché solo così l’innovazione porterà vantaggi a tutti gli attori delle varie  filiere agroalimentari, dai produttori ai  consumatori.
I rapporti tra scienza e società si sono molto evoluti in questi ultimi decenni; la società infatti, vuole partecipare sempre più  alla scrittura dell’agenda scientifica,  vuole orientarla verso obiettivi da valutarsi non  solo sulla base del   rapporto tra rischi potenziali e benefici, ma facendo anche riferimento ad aspetti  etici e valoriali; questo è positivo fin tanto che, però,  i pregiudizi non prendono il posto dell’etica. Queste considerazioni riferite al genome editing sono particolarmente pregnanti per quanto riguarda  interventi fatti sull’uomo, ma sono valide anche quando si ha a che fare con altri organismi, ad esempio   le piante. In risposta a questa domanda di inclusione è sorta nel 2018  ARRIGE (Association for Responsible Research and Innovation in Genome Editing), con lo scopo di coinvolgere la società civile nella discussione.
Questo però sembra non essere sufficiente, secondo quanto recentemente pubblicato su Science da un gruppo di  esperti di varie discipline (Dryzek et al., 2020*); in questo articolo si auspica l’intervento di una assemblea deliberante composta da semplici cittadini, con almeno 100 persone scelte in tutto il mondo e rappresentative di diverse nazionalità, culture, livello di educazione, età, reddito, religione, genere,  convocate per partecipare a incontri con esperti sulla materia, farsi una propria opinione e redigere un documento. Quest’ultimo dovrà  riportare criticità e raccomandazioni per ispirare azioni efficaci da parte di organismi internazionali come la FAO e l’OMS, i governi nazionali, la società civile e il settore privato. In questo modo l’opinione pubblica è definita non come il risultato di un’indagine tradizionale (risposte, in genere  frettolose, a questionari), ma come qualcosa di  dinamico scaturito da un discorso inclusivo e competente supportato da evidenze scientifiche collegate ad aspetti valoriali. Ci sono 3 ragioni per cui quanto sopra riportato rappresenta una buona idea:
    1) la legittimazione di azioni collettive nella “governance” globale: i semplici cittadini credono di più a quanto detto dai loro pari che dai politici. E’ meglio che i cittadini siano informati prima su tematiche scientifiche di frontiera per evitare poi atteggiamenti ostili a quella tecnologia.
    2) La attuale mancata connessione tra competenze scientifiche  e l’aspetto valoriale, che deve essere invece attivata. Le innovazioni devono essere percepite come utili alla società e non  come un mezzo per raggiungere specifici  interessi.
    3) La generazione di un  pensiero  necessario  nelle decisioni governative (circa l’opportunità di quella innovazione) dove il giudizio ponderato di semplici cittadini può mettere in evidenza aspetti non considerati da stakeholder, da attivisti o da politici. Anche l’opinione degli scienziati o degli esperti di etica non è sufficiente per valutare l’utilità (per la società) di una certa innovazione.
Nel caso specifico del genome editing questo nuovo approccio può essere veramente incisivo perché c’è ancora, a livello internazionale, un vuoto di “policy” sull’argomento.
Si tratta di un atto di fiducia nella razionalità (a scapito dell’emotività) delle persone, che  deve essere  aiutata ad esprimersi positivamente, che si deve valorizzare coinvolgendola in decisioni responsabili che riguardano il bene comune. E’ inoltre il segnale della crescente  domanda  di interdisciplinarietà che ambisce a unire la cultura scientifica con quella umanistica.

*Dryzek J.S. et al. (2020)- Global citizen deliberation on genome editing. Science, 369,6510: 1435-1437.