Dal multilateralismo al bilateralismo: scopi ed effetti del nuovo scenario

di Luigi Costato

La caduta dell’URSS ha prodotto, agli inizi degli anni ‘90 del secolo scorso, una impressionante accelerazione nel negoziato del c.d. Uruguay Round. Si trattava dell’ottavo ciclo di negoziazioni commerciali in sede Gatt, il più importante, iniziato nel settembre 1986 a Punta del Este (Uruguay). Vi parteciparono 123 Paesi, che decisero di mettere sul tavolo tutti gli argomenti più delicati riguardanti le transazioni internazionali, dai dazi sull’agricoltura ai servizi, dalla regolazione della proprietà intellettuale alla questione dell’accesso ai mercati.
In pochi mesi, nel 1992, l’allora Comunità europea e gli USA definirono, nella Blair House sita in Washington DC, le basi per la conclusione dell’Accordo di Marrakech del 1994 che istituì l’Organizzazione Mondiale del commercio (OMC o, all’inglese, WTO). All’Accordo di Marrakech si acclusero anche l’Allegato 1, che comprende gli accordi multilaterali sugli scambi di merci (Gatt ‘94, alcune intese interpretative su certe sue norme, accordi su agricoltura, sanitario e fitosanitario e molti altri), l’allegato 1B sugli scambi di servizi, l’allegato 1C sui diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio, l’allegato 2, di straordinaria novità e fondamentale, riguardante le nuove procedure per la soluzione delle controversie, l’allegato 3 relativo al meccanismo di esame delle politiche commerciali, e l’allegato 4, a sua volta contenente molteplici accordi plurilaterali, una serie di decisioni e dichiarazioni dei ministri e una intesa sugli impegni nel settore dei servizi finanziari.
Non si trattava, dunque, solo dell’aggiornamento del Gatt ‘47 ma di un vero e proprio tentativo di superare le vecchie logiche bilaterali e di dare un enorme sviluppo allo sforzo iniziato nel primo dopoguerra mirante a favorire il libero commercio di beni e servizi e a rendere interconnesse le economie del mondo.
Aderirono quasi tutti gli Stati, oltre alla Comunità europea, e più tardi vennero ammessi sia la Russia sia la Cina. Ovviamente una liberalizzazione di questa portata non poteva non comportare delle conseguenze anche importanti di tipo, almeno temporaneamente, negativo, primo fra tutti lo spostamento delle produzioni meno complesse e basate su un alto numero di lavoratori in Stati a reddito pro capite basso, fenomeno che sta regredendo con l’affermarsi dell’automazione spinta dalle grandi novità che emergono dall’elettronica.
L’Accordo agricolo, per parte sua, ha cancellato rapidamente il regime degli incentivi presente nell’Europa comunitaria e ha fatto quasi scomparire l’esportazione immettendo, per converso, gli agricoltori comunitari sul mercato mondiale, oggi dominato dalla finanza, debordante specie per la politica di allentamento monetario delle Banche centrali che tentano, così, di sostenere il PIL. Ma sulla scarsa compatibilità del libero mercato con il settore primario ho già riferito più volte, e non è questo il luogo per riprendere questi ragionamenti. Certo è, comunque, che la scomparsa del “generoso” sistema di aiuti alimentari diretto in Africa costituisce almeno una concausa dell’emigrazione di massa proveniente dai paesi più sfortunati dell’area.
Ma molti degli accordi di Marrakech dovevano essere rinnovati dopo qualche anno, come quello agricolo, e la cosa si mostrò difficilissima per le pretese di tanti firmatari, sicché i progressi necessari non si sono realizzati.
A seguito della crisi scoppiata negli USA nel 2007 e propagatasi subito nel mondo, i redditi dei lavoratori dei Paesi che un tempo si chiamavano sviluppati, alcuni dei quali potrebbero rischiare di perdere tale qualifica, sono diminuiti in modo rilevante mentre il potere finanziario tende a prevalere sempre più; in definitiva, per queste ragioni e per l’arricchirsi di nuovi potentati fondati sull’elettronica, gli straricchi lo sono come non mai, e spesso liberi da gravami fiscali, mentre, nei Paesi sviluppati, la classe media e quella operaia tende ad impoverirsi. Il salvataggio delle economie più avanzate, realizzato attraverso il c.d. quantitative easing, ha inondato il mercato di denaro che è finito, come gli accade quasi sempre, nelle tasche di pochi.
Su questo gravissimo fenomeno si fondano molti movimenti e personaggi che proclamando di volere rafforzare le classi meno abbienti mettono in atto, o più spesso proclamano la necessità di farlo, soluzioni che provocano uno stato di belligeranza fra poveri o promettono riduzioni fiscali che finiscono per avvantaggiare specie i percettori di redditi più elevati.
Il risorgere di molti egoismi e alcune difficoltà di funzionamento dell’OMC, cui si è già fatto cenno, stanno facendo riemergere aspre divisioni nei rapporti interstatali e atteggiamenti bellicosi, magari solo finalizzati a prevalere nel negoziato, ma pericolosi per la loro capacità di provocare fratture che potrebbero divenire permanenti; in definitiva, i più forti preferiscono trattare senza regole con controparti deboli o che tendono  a fiaccare con manovre di ogni tipo (evidente il tentativo del Presidente degli USA di dividere gli europei, per praticare una tattica che, storicamente, risale agli Orazi e ai Curiazi). Da notare, ancora, la preferenza attuale degli USA a trattare creando situazioni di tensione, minacciando misure daziarie contrastanti con le regole dell’OCM, il tutto, magari, annunciato informalmente tramite messaggi postati nella rete.
Le difficoltà di realizzare accordi multilaterali ulteriori spingono l’Unione europea, pur sottoposta a qualche spinta disgregatrice, che per ora sembra non avere successo, a negoziare con il Giappone o con il Canada accordi bilaterali che completano, senza violarle, le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio; ma il montante sovranismo comporta che alcuni Stati membri non vogliano accettare i risultati ottenuti, o almeno mettere ostacoli alla ratifica di quanto pattuito.
Per converso, l’Unione europea ha in corso, addirittura, un negoziato bilaterale che riguarda da un lato la stessa Unione, con i suoi 27 o 28 membri, dall’altro il Mercosur, che anch’esso unisce alcuni Stati dell’America latina.
In definitiva, in questo momento, si fronteggiano due opposte ideologie: una che punta alla libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali, pur nella consapevolezza che non tutte le parti giocano la partita seguendo le medesime regole, come accade, ad esempio, a Cina e Russia e, in generale, a Stati autoritari per non dir di più. I sostenitori di quest’orientamento contano sul fatto che la forte permeabilità dei confini statali, dovuta alla potenza dei mezzi di comunicazione, tenda inesorabilmente a ridurre i poteri assoluti degli Stati più autocratici conducendoli progressivamente ad adottare regole interne coerenti con quanto richiesto dalle libertà cui si faceva cenno.
La posizione opposta, invece, punta su una ripresa dei poteri sovrani degli Stati nella proclamata convinzione che da essa i cittadini non potranno che trarre vantaggi. Ma se gli scopi del sovranismo sono chiari, gli effetti di esso non sembrano promettenti o, meglio, minacciano di riportare indietro l’orologio della storia e di far emergere contrapposizioni che fino a qualche decina d’anni addietro hanno travolto il mondo, e l’Europa in particolare.
A proposito di Europa, occorre rilevare che l’UE è una struttura di tipo confederale che tende, in questi anni, a scivolare sempre più verso il metodo intergovernativo, invertendo quella che dovrebbe essere la sua tendenza naturale, e cioè il rafforzarsi dell’indirizzo federativo. Fortunatamente le forze disgregatrici non sembrano prevalere ma il non progredire in direzione federale significa mettere continuamente a rischio il migliore risultato ottenuto in Europa da centinaia di anni, esito certo da migliorare completandolo, e non da distruggere.