Arrivederci, non addio, Gran Bretagna

di Dario Casati

Dal 23 giugno 2016, il giorno del referendum sull’uscita della Gran Bretagna (UK) dall’Ue, al 31 dicembre 2020 sono trascorsi quattro anni  e mezzo. Tanto è stato necessario perché si potesse giungere ad un accordo sulle regole che governeranno d’ora in poi i rapporti fra le Parti.
La separazione è avvenuta in due tempi: a fine 2019, con la firma di un Trattato internazionale che definisce le modalità dell’uscita dell’UK dall’Ue e, a fine 2020, con un Accordo commerciale e di cooperazione  entrato in vigore il 1° gennaio 2021 in via provvisoria, in attesa delle necessarie ratifiche. L’Accordo regola tutti gli aspetti concreti della separazione ed è costituito da un volume di oltre 1200 pagine.
Per arrivare alla conclusione le Parti hanno compiuto un defatigante lavoro che, ancora ai primi di dicembre, sembrava sul punto di naufragare per alcune “divergenze significative”che sembravano insanabili. I punti aperti erano tre: le condizioni per una competizione leale negli scambi fra le Parti, le modalità per dirimere contrasti che sorgessero fra di esse e le regole per i diritti di pesca. Come in ogni trattativa, fino all’ultimo il risultato è rimasto in sospeso e ha richiesto passaggi clamorosi come i decisivi contatti diretti fra il premier inglese Boris Johnson e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’Accordo è stato raggiunto con una volata finale alla vigilia di Natale: il Parlamento inglese l’ha approvato il 27 dicembre, quello europeo il 29 e il Consiglio dei Ministri Ue il 31.
Nonostante i sussulti finali, le questioni in discussione ai primi di dicembre lasciavano intendere che il traguardo fosse in vista. Considerando che l’interscambio totale  fra UK e Ue vale circa 660 miliardi di euro all’anno e i diritti di pesca in acque inglesi 650 milioni, si comprende come non potesse essere un ostacolo insormontabile.

Una lunga convivenza e un difficile addio
La convivenza fra Uk e i Paesi continentali, in particolare i Sei fondatori, non è stata facile. Troppo lontane erano, sin dall’inizio, le logiche e le prospettive che animavano i protagonisti. La differenza sul senso e sui fini dell’Unione europea nel tempo si è consumata sino a diventare insanabile, anche se le Parti razionalmente concordavano sull’esigenza di costruire un’Europa solida per affrontare i grandi problemi e i protagonisti della scena mondiale.
La presenza dell’Uk nell’Ue è durata 47 anni, ed ha condotto ad un complesso normativo comune che non può essere mutato radicalmente in tempi brevi. Un’illusione pericolosa presente in quell’area sovranista  che sembrava in procinto di affermarsi in Europa, ed anche in Italia, al tempo delle elezioni del Parlamento europeo. Le dimensioni della costruzione europea, con gli oggettivi limiti che riconosciamo, rendono complessa la strada dell’uscita dall’Ue. Lo si è visto proprio nel Paese che ha deciso di compiere questo percorso e che aveva conservato spazi di autonomia ben superiori a quelli degli altri. Ricordiamo che un sesto delle norme inglesi sono oggi derivate dal diritto comunitario e che poco più del 40% delle esportazioni e poco meno della metà delle importazioni britanniche sono con l’Ue. Sul piano finanziario il peso della piazza di Londra sale al 60% del totale europeo.

Le regole e le conseguenze dell’addio
Secondo calcoli dell’ “Office for Budget Responsibilty”, l’organo indipendente che vigila sul bilancio britannico, l’Accordo farebbe perdere il 4% del Pil inglese nei prossimi 15 anni rispetto alla permanenza nell’Ue, ma un’uscita “no deal”, cioè senza Accordo, avrebbe prodotto una perdita almeno del 6%.
Sul piano pratico l’Accordo crea un sistema un sistema di scambi analogo a quello attuale, senza dazi o barriere non tariffarie, ma con intralci burocratici nuovi che già si scoprono ai primi di gennaio. Per il futuro l’UK non sarà obbligato ad adeguarsi a nuove normative comunitarie e i cambiamenti apportati dalle Parti in futuro saranno valutati congiuntamente sul piano concreto. In sostanza, la posizione dell’Uk sarà diversa da quella subalterna dei Paesi dello Spazio europeo e poggerà su basi condivise con l’Ue.
Il compimento della separazione apre problemi politici interni in Uk sia con le difficoltà poste dalla Scozia sia, soprattutto, per la fragilità della soluzione irlandese affidata ad un sorprendente mantenimento sull’isola di un’unione doganale senza frontiere fra Repubblica di Irlanda e Ulster. Ma anche nell’Ue è suscettibile di creare una spinta ad imitare in qualche misura forme di disimpegno dal vincolo comune, anche se la crisi economica dovuta alla pandemia costituisce un freno a velleità separatiste.
Possiamo solo augurarci che entrambe le Parti mantengano memoria del percorso comune e, soprattutto, colgano il messaggio dell’esigenza di conservare forme di unione, anche se con rapporti più elastici, badando di più all’essenziale e meno alle forme. Essendo un po’ più inglesi senza l’Inghilterra e più continentali rimanendo fuori dall’Ue.
Arrivederci, non addio, Gran Bretagna.