Dialoghi sulle biotecnologie: “Il contributo delle TEA e del pangenoma per il miglioramento genetico della melanzana”

Dialogo con Laura Toppino, ricercatrice senior del centro di ricerca di genomica e bioinformatica, Montanaso Lombardo (CREA-GB-LMO).

Luigi Frusciante e Laura Toppino 21 January 2026

Frusciante: La melanzana, coltivata già in Giappone nell’VIII secolo, arrivò in Europa con i Mori che invasero la Spagna nel IX secolo. Fu a lungo considerata una pianta velenosa e inadatta all’alimentazione, come accadeva per molte specie appartenenti alla famiglia delle Solanacee. In Italia, il suo stesso nome deriverebbe dal latino “mela insana” (frutto non sano), a testimonianza della diffidenza che l’ha accompagnata per secoli. Oggi, invece, la melanzana è uno degli ortaggi simbolo della cucina mediterranea, protagonista di piatti iconici come la parmigiana, la caponata o la pasta alla Norma. Un’evoluzione sorprendente che l’ha trasformata da presunto frutto tossico a ingrediente centrale di alcune delle più celebri specialità gastronomiche italiane.

Toppino: La melanzana è uno degli ortaggi più coltivati a livello globale e rappresenta un ingrediente centrale della tradizione culinaria di numerose regioni dell’Asia, del Mediterraneo e di altre aree del mondo. Il bacino del Mediterraneo costituisce un importante centro di differenziazione secondaria, nel quale si sono affermate nel tempo varietà locali peculiari, come la Listada de Gandia in Spagna e la Violetta in Italia, espressione dell’elevata variabilità genetica di Solanum melongena e di una distinta evoluzione rispetto alle aree di domesticazione originarie. Attualmente la melanzana comprende un’ampia gamma di varietà, differenziate per forma, colore e utilizzo culinario, ed è protagonista di numerose preparazioni gastronomiche, dal salato al dolce, come Parmigiana, Moussaka, Ratatouille e Babaganoush. Dal punto di vista nutrizionale, la melanzana è considerata un alimento nutraceutico: oltre a fornire nutrienti essenziali, apporta benefici per la salute grazie al contenuto di fibre, potassio, vitamine e composti antiossidanti, in particolare antociani e polifenoli. Il suo consumo contribuisce alla riduzione di colesterolo e trigliceridi, alla protezione cardiovascolare, al miglioramento della digestione e al controllo del peso corporeo, grazie al basso apporto calorico, all’elevato contenuto di acqua e al ridotto indice glicemico.

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Stato di conservazione delle foreste europee e italiane: tra realtà ecologica e valutazione formale

Piermaria Corona 21 January 2026

In occasione di un recente convegno promosso dall’Accademia Italiana di Scienze Forestali sul Regolamento dell’Unione europea (UE) relativo al ripristino della natura (Nature Restoration Law – NRL, Reg. UE n. 1991/2024), sono rimasto particolarmente colpito dalla ripetuta affermazione, avanzata da alcuni relatori, secondo cui solo una quota molto ridotta (inferiore al 10%) degli habitat forestali italiani si troverebbe in uno stato di conservazione “buono”. Sulla base della mia esperienza, l’affermazione appare del tutto controintuitiva, inducendo a un approfondimento della questione: in effetti, essa trova riscontro in dati ufficiali pubblicati da istituzioni dell’UE, ma questi dati sembrerebbero presentare rilevanti criticità sotto il profilo metodologico.
La valutazione dello stato di conservazione degli habitat costituisce uno dei pilastri della politica e della legislazione europea in materia di tutela della biodiversità. A partire dalla Direttiva Uccelli e dalla Direttiva Habitat, passando per la Strategia dell’UE per la biodiversità fino al 2020 e per quella al 2030, sono state introdotte misure finalizzate alla protezione, al mantenimento, al miglioramento, al monitoraggio e alla rendicontazione delle condizioni degli habitat. In particolare, gli articoli 11 e 17 della Direttiva Habitat impongono agli Stati membri di monitorare lo stato di conservazione degli habitat naturali e di trasmettere i relativi risultati alla Commissione Europea con cadenza sessennale, a partire dal 2001.
I dati più recenti disponibili, riferiti al periodo 2013–2018, sono stati pubblicati dalla Commissione Europea (EC, 2020) e dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA, 2020) nel rapporto State of Nature in the EU. Tra gli habitat elencati nell’Allegato I della Direttiva Habitat, quelli forestali rappresentano circa il 35% del totale. Secondo il rapporto, a livello dell’UE solo il 14,2% degli habitat forestali risulta in uno stato di conservazione “buono”, mentre il 53,9% è classificato come “scarso”, il 30,6% come “cattivo” e l’1,3% come “sconosciuto”. In sintesi, l’84% degli habitat forestali europei verrebbe a trovarsi in uno stato di conservazione “scarso” o “cattivo”.
Queste evidenze, apparentemente allarmanti, non solo alimentano il dibattito mediatico sulle condizioni delle foreste europee, ma vengono anche utilizzate nei processi decisionali a livello unionale. In particolare, come emerso anche nel Convegno sopra citato, tali dati costituiscono la base di riferimento per l’individuazione dei fabbisogni di ripristino degli habitat nell’ambito della NRL e orienteranno la definizione delle priorità di intervento.
Ne consegue che le decisioni relative al mantenimento o al miglioramento delle condizioni degli habitat dipendono in modo cruciale dall’affidabilità dei dati e dei metodi di valutazione adottati. A questo proposito, un recente e rilevante contributo di Mauser et al. (2026), pubblicato sulla prestigiosa rivista Biological Conservation, mostra in modo convincente come l’elevata percentuale di habitat forestali il cui stato di conservazione è classificato dal menzionato rapporto come “cattivo” o “scarso” sia, in larga misura, il risultato di un artefatto metodologico. In particolare, gli autori evidenziano come le cosiddette expert rules utilizzate nel metodo di valutazione producano effetti distorsivi, determinando una classificazione a cascata che tende a far confluire un’ampia gamma di condizioni ecologicamente buone in categorie di stato di conservazione negativo.

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L’agricoltura come leva di sviluppo dell’Unione europea

Antonio Di Giulio 21 January 2026

Riflessioni su EU Agricultural Outlook 2025-2035, il rapporto di previsione di medio periodo elaborato dalla Direzione Generale per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (DG AGRI) della Commissione europea, in cooperazione con il Joint Research Centre (JRC). Pubblicato nel dicembre 2025, il documento rappresenta uno dei principali strumenti analitici a supporto della riflessione strategica sulle politiche agricole dell’Unione.

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Innovazioni agronomiche nei sistemi colturali erbacei

Michele Pisante 21 January 2026

Uno scenario agronomico di sicuro interesse è rappresentato dalla coltivazione di specie orticole industriali da pieno campo destinate alla surgelazione, prevalentemente fagiolino, patata, pisello e spinacio, caratterizzate da cicli colturali brevi ed un elevato grado di meccanizzazione, diffusamente integrata con tecnologie di precisione e sistemi di supporto decisionale, a tutto vantaggio delle indispensabili rotazioni colturali.

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