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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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15 giugno 2011

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Apologia dello scarabeo

di Giorgio Nebbia

Si parla tanto di raccolta differenziata, di riciclo dei rifiuti, e vengono proposte sempre nuove tecniche e si moltiplicano le imprese dedicate al trattamento dei 140 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, speciali e pericolosi che ogni anno si formano in Italia nei processi di produzione e di uso delle merci. Per la ineluttabile legge della conservazione della massa, ogni materia che entra nel ciclo delle merci, alla fine si deve ritrovare, pur modificata nella composizione chimica e fisica, da qualche parte, un po’ sotto forma di merce utile, un po’ sotto forma di “merci negative”, cioè di rifiuti: circa quattro chili di rifiuti per ogni chilo di merce venduta. Il ciclo delle merci “economiche” non è diverso da quello dei processi di trasformazione, “merceologici” anche loro, che si verificano in natura, con la differenza che tutte le materie che contribuiscono alla vita vegetale e poi animale, tornano, prima o poi, nella natura e vengono riutilizzate per generale altra vita. La natura opera, cioè per “cicli chiusi”, non conosce rifiuti e neanche la morte perché le spoglie vegetali e animali, dopo aver svolto la loro funzione, ridiventano fonti di vita.

Un campione del riciclo in natura è il paziente scarabeo. Non so se lo avete mai osservato al lavoro: non è bello e sembra sempre alle prese con qualcosa da fare; non appena trova dei rifiuti fa la raccolta differenziata scegliendo quelli organici adatti, per lo più escrementi di altri animali, se ne impossessa e comincia a farli rotolare fino a quando non hanno raggiunto la forma di palline da ping-pong, e intanto si nutre di una parte delle molecole che essi contengono e alla fine trasporta queste palline, ormai ridotte a cellulosa e lignina, nella sua tana per poter finire di mangiarle con calma.

Noi umani, pur animali, ma ”speciali”, abbiamo basato la nostra vita, le nostre comodità, su merci i cui rifiuti risultano in gran parte estranei ai cicli della natura che “non li conoscono”, li rifiutano, e siamo noi che dobbiamo seppellirli, o nel caso migliore ritrasformarli in qualche altra materia utile, e alla fine restano sempre altre scorie e rifiuti non digeribili dall’ambiente.

Il paziente scarabeo ci insegna che, se vogliamo liberarci dalle montagne di rifiuti, se vogliamo evitare gli inceneritori, le discariche, se vogliamo rendere efficienti i processi di riciclo, dobbiamo scegliere materie prime e merci quanto più possibile simili alle materie presenti in natura e solo allora ci sarà facile sia evitare gli inquinamenti nei processi di produzione, sia riutilizzare una frazione crescente dei rifiuti. Propongo perciò ufficialmente che le aziende di trattamento dei rifiuti adottino come proprio simbolo lo scarabeo.

(FOTO: www.parlamanfredoniano.com) inter_colonna1
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Commenti

donatella picchi - inserito il 31/01/2012

Vivo da molti anni in Marocco e si vedevano prima tantissimi animaletti tipo appunto lo stercorario che non davano neanche il tempo agli escrementi di 'raffreddarsi' e correvano numerosi a toglierli dalle strade bianche in cui asini, capre e cammelli passavano sovente. Per scherzo dicevo che andavano reimmessi nei giardini pubblici italiani a togliere gli escrementi dei cani di maleducati proprietari.....Purtroppo assisto alla sparizione delle strade bianche sotto l'asfalto, degli asini a favore di motorette per lo più di fabbricazione cinese...e alla proliferazione della plastica negli imballaggi e dunque inquinante molti territori extraurbani...come 'invertire la marcia? grazie di questo semplice e illuminante articolo a favore dello scarabeo!

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