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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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Il maiale di Cinta senese fra attualità e origini storiche

Mauro Cresti e Claudio Milanesi

L’EXPO di Milano, incentrato sull’alimentazione, ci permette di prendere in considerazione soprattutto i prodotti tipici locali che hanno avuto un’importante tradizione nella nostra agricoltura. Il maiale di Cinta Senese rappresenta una di queste entità che, grazie all’interesse di alcuni produttori e soprattutto della Regione Toscana e di alcune Province, hanno evitato che questa razza si estinguesse. Dobbiamo considerare che il paesaggio è l’immagine del territorio che ci identifica poiché frutto di secoli di trasformazioni operate dai nostri predecessori. In Italia ogni territorio possiede un passato ricco di memorie e tra queste le usanze gastronomiche hanno creato, nel tempo, importanti presidi, marchi di qualità in molti casi conosciuti in tutto il mondo. Il maiale europeo fu addomesticato nel V millennio avanti Cristo e si diffuse in Europa con l’arrivo delle culture neolitiche. Recenti analisi genetiche confermano la presenza in vari siti datati attorno al 5000 a.C. di individui domestici di ceppo mediorientale, i quali poi, incrociati con i cinghiali locali, hanno fatto perdere le loro tracce con l’eccezione di alcune aree, come la Corsica, dove i maiali di antica origine sono rimasti isolati fino ai giorni nostri. Studi recenti hanno fatto comprendere che la domesticazione ha portato nel corso dei secoli a una riduzione della taglia degli individui rispetto a quella dei progenitori selvatici. Questo graduale cambiamento della morfologia corporea che accompagnava il processo di domesticazione, forse dovuto a fenomeni di stress, causava e dava origine a cambiamenti fisiologici che culminavano con una differente deposizione di smalto dei denti (linee di ipoplasia) ben visibili confrontando campioni archeologici di individui selvatici e domesticati. 


The Cinta Senese pig today and its historical origins 
Since the Middle Ages, one pig breed has been so closely associated with the Sienese area that it is known as the Cinta Senese. Typical of this area, this pig differs from other varieties because of its very tasty albeit somewhat fatty meat and the distinctive sash-like stripe that punctuates its dark grey coat. Although its origins have been lost in the mists of time, the Cinta pig is depicted in some medieval iconographies as a bristly and hearty breed with tusks, midway between wild and domesticated. Its hardiness lends it to being raised in the wild in the woods. The few oral, written, and iconographic sources describe a very domesticated pig breed used to clean Piazza del Campo in Siena after the market, while the Cinta’s proud and rebellious character led some noble Sienese families, like the Parigini and the  Sergrifi, to use it as a heraldic element in their families’ coats of arms.

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Sistemi foraggeri, ovinicoltura razionale e conservazione del territorio nelle aree interne della collina toscana

Enrico Bonari e Alberto Mantino

L’articolo è una sintesi della relazione svolta dal prof. Bonari della Scuola Superiore S. Anna di Pisa, nella giornata di studio organizzata dai Georgofili in collaborazione al Consorzio di Tutela del pecorino Toscano DOP su "La Ricerca e l’innovazione nel Pecorino Toscano DOP: i risultati ottenuti e le sfide per il futuro", che si è svolta il 18 maggio 2015.

Da tempo, ormai, siamo tutti convinti che anche in Toscana occorra operare perché l’agricoltura torni quanto prima a produrre in modo “sostenibile” la maggior quota possibile di prodotti agroalimentari, anche recuperando al più presto la perdita di SAU dovuta all’abbandono registrato negli ultimi decenni. Ed è anche noto che le azioni necessarie per raggiungere l’obiettivo di cui sopra nelle diverse aree del nostro territorio debbano essere assolutamente diverse in rapporto alle caratteristiche complessive dei luoghi e alla “vocazionalità” agronomica ed economica dei territori. Infatti, accanto ad aree caratterizzate da seminativi a più spiccata vocazione produttiva per le grandi colture mercantili (cereali, colture industriali, ecc) e - in presenza di acqua sufficiente - anche a vocazione ortofrutticola, se ne alternano altre, variamente collinari, in cui le limitazioni (naturali e non solo) rendono molto più difficile definire sistemi produttivi in grado di sorreggersi economicamente nelle attuali condizioni di mercato globale. Di contro, in questi ambiti più sensibili, appare ancora più urgente promuovere (o ridefinire) nuovi sistemi colturali “aggiornati” e fare in modo che gli agricoltori-allevatori possano conservare il ruolo di presidio del territorio, di tutore dell’ambiente, del paesaggio tipico, della cultura locale, ecc, che la società moderna apprezza e riconosce.


Fodder systems, rational sheep farming and land conservation in Tuscany’s  hilly inland areas 
In southern Tuscany, milk-sheep farms characterize much of the hilly inland areas and are now a production chain (for pecorino cheese) characterized by a legendary product of quality known the world over. Recently, however, farm surveys and the subsequent interdisciplinary evaluations (agronomy, zootechny, and economics) have clearly and urgently revealed the necessity, which must be adapted to the different farms, of carrying out an overall functional recovery of fodder pastures, of rational grazing techniques, and, lastly, of adjusting flock feeding methods towards improving the quality and quantity of the milk supplied, reducing production costs, and decreasing risks related to soil erosion.

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Lo svincolo idrogeologico

Lapo Casini

Esiste qualcuno, sano di mente, che voglia mettere al centro dell’agenda strategica qualcosa di diverso dall’ambiente, e da una “sempre più green” economy? Speriamo di no: la conservazione durevole dell’habitat planetario globalmente inteso e della sua vitalità, senza intaccarne produttività ecologiche e capacità adattive, è l’unico vero obiettivo che possiamo darci: il resto dei vantaggi infatti ne discendono a cascata, e sono gerarchicamente subordinati. Il titolo vuole quindi suonare come una provocazione, perché almeno per la geomorfologia italiana a prevalenza collinare e montuosa sarebbe folle propugnare una disinvolta rimozione delle limitazioni agli interventi  sui terreni, siano essi seminativi, boschi o incolti. Proprio perché non siano sottratte attenzioni, energie, e risorse alle priorità, dicendo svincolo idrogeologico si vuole piuttosto suggerire l’idea di riconoscere in modo specifico e con occhi nuovi – nel percorso pluridecennale dell’assetto e dell’uso del suolo – la fase attuale che stiamo attraversando, noi e i nostri territori: fase che non è più quella di 100 anni fa quando fu istituito - e poi miratamente imposto caso per caso - il vincolo idrogeologico tramite la legge Serpieri.


Hydrogeological liberation 
Is there anyone in their right mind who wants to put something other than the environment and an "evergreen green" economy at the center of the strategic agenda? Let us hope not. Without affecting ecological productivity and adaptive capacity, the enduring conservation of the universally understood planetaryhabitat and its vitality is truly the only objective we can have.  The remainder of the benefits indeed cascade down from there and are hierarchically subordinate.
The title wants to be provocative because at least for Italy’s geomorphology, dominated by hills and mountains, it would be crazy to advocate a casual removal of the restrictions of actions on the terrain, whether sowable, forest, or fallow. Precisely so as not to take attention, energy and resources away from the priorities, the expression hydrogeological liberation is meant to suggest the idea of specifically recognizing with new eyes – in the decades-long course of land planning and use – the current phase that both our regions and we are going through. This phase is not the same as it was 100 years ago when the hydrogeological restrictions were established with the Serpieri law and specifically imposed on a case by case basis.

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