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Notiziario di informazione su agricoltura, ambiente, alimentazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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Per tutelare veramente i reali paesaggi agricoli

Franco Scaramuzzi

Solo agli inizi del 2000 la nostra legislazione ha introdotto, con il Codice Urbani, anche una generalizzata “tutela del paesaggio agricolo”(fino ad allora giustamente esclusa). Ma quel Codice non parla e non chiede una “conservazione dello stato in essere" degli innumerevoli paesaggi delle nostre campagne. Tanto meno pretende di mantenerne per sempre inalterate le specie e le tecniche. Quelle direttive avrebbero meritato di essere subito interpretate correttamente, come intento di conservare la “destinazione d’uso” dei terreni agricoli, frenandone la continua riduzione e mantenendo utili coltivazioni, quale presupposto essenziale per averne i paesaggi. Certamente non poteva e non intendeva impedire agli imprenditori agricoli di continuare a operare con proprie libere scelte degli indirizzi produttivi, ai quali sono connessi costi e rischi a loro esclusivo carico. Solo così avrebbe senso e sarebbe possibile una “tutela dei paesaggi agricoli”, quale espressione di una agricoltura reale e attiva, che da millenni è stata sempre variabile nello spazio e nel tempo e che non potrà mai smettere di evolversi, con spirito imprenditoriale competitivo e sotto la spinta delle innovazioni offerte dai progressi scientifici, sempre più rapidi.
Sia quindi chiaro che, per conservare un reale paesaggio agricolo, bisognerebbe preservare tutti i terreni coltivabili finora rimasti e salvare la libera imprenditorialità degli agricoltori.
I comportamenti che il nostro Paese sta manifestando nei confronti della propria agricoltura appaiono invece incoerenti nei confronti dell’apprezzato e lungimirante richiamo di EXPO 2015 alla necessità di "nutrire il pianeta". Tutti sono chiamati a contribuire alla produzione degli alimenti indispensabili all'intera umanità e la cui unica fonte, fino a prova contraria, è l'agricoltura. Nessuno dovrebbe quindi sottrarsi a questo impegno, disattendendolo nel proprio Paese, anche attraverso l'applicazione, ad esempio, di assurdi interventi di pianificazione con la scusa di tutelare i paesaggi rurali. 

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Gli alberi in città valgono molto di più di quanto costano

Francesco Ferrini

Gli alberi sono il bene principale delle nostre città. Questa affermazione può sembrare ovvia ma, mentre i costi di gestione e gli eventuali danni attribuiti agli alberi sono ampiamente noti, i benefici che essi forniscono sono spesso poco conosciuti o sottostimati. 
Negli ultimi anni il numero di alberi in molte città è generalmente diminuito, in particolare con la perdita di spazi aperti di proprietà privata. In uno scenario di cambiamento climatico, è preoccupante che gli spazi aperti pubblici e privati siano minacciati dalla “riqualificazione urbana” e dallo sviluppo, che mettono a rischio la sostenibilità a lungo termine. In molte di queste situazioni non vi è sufficiente spazio (sia per l’espansione della chioma, sia, soprattutto, per la sviluppo di un adeguato apparato radicale) per l'impianto di alberi di grandi dimensioni e così le opportunità per massimizzare il ruolo della vegetazione nel migliorare l'effetto isola di calore, stoccare la CO2, abbattere la concentrazione d’inquinanti (specialmente PMx), ridurre la velocità del vento, proteggere gli edifici e, conseguentemente, ridurre il consumo di energia, sono notevolmente ridotte. Non solo: la regolazione del clima, la gestione delle piogge violente, la purificazione dell’acqua e l’incremento della biodiversità ne risulterebbero penalizzate.
È perciò naturale interrogarsi non solo riguardo alla fattibilità economica di certe politiche di sviluppo, se così le possiamo chiamare, ma anche sulla loro sostenibilità ambientale a lungo termine. Gli alberi forniscono, infatti, numerosi servizi economici ed ecologici per la società. Si tratta di servizi ecosistemici che giustificano l’investimento di risorse come il lavoro, l'energia e l'acqua; questi servizi sono i contributi diretti e indiretti degli ecosistemi al benessere umano e sostengono direttamente o indirettamente la nostra sopravvivenza e la qualità della vita. 

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Il Canestrato pugliese

Dario Cianci

La storia del Canestrato è legata alle razze ovine insediate da secoli nelle zone meno fertili della Puglia; rappresenta la tradizione tramandata dalla transumanza delle greggi Gentili di Puglia dalle pianure del Tavoliere alle montagne dell'Abruzzo, dove stanziavano in estate ed i pastori vi confezionavano le fiscelle, cioè i canestri di giunco dai quali ha preso il nome. Giustino Fortunato raccomandava “Se tu puoi pecora bella in estate alla Maiella e d’inverno a Pantanella” (nel foggiano). Pane e cacio è una antica abitudine dei pastori, che utilizzavano i formaggi come merce di scambio con le genti dei campi ed i pescatori. Fino alla fine dell’800, i pastori preparavano il Canestrato con il latte che si produceva al piano da dicembre a maggio, ma particolarmente gustosi sono i formaggi maggenghi (legna e formaggio, mese di maggio) che assicurano anche un importante ruolo salutistico. 

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Efficienza delle trattrici agricole e soluzioni ibride

Antoniotto Guidobono Cavalchini

L’innovazione è radicale e richiede competenze ed esperienze non ancora presenti nell’ambito dei costruttori di trattrici agricole. Sono, pertanto, prevedibili e auspicabili accordi di collaborazione, o di partnership fra i grandi players mondiali dei mondi agricolo e automobilistico che potranno cambiare il quadro della produzione delle macchine agricole. 

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