Tradizionali pratiche apistiche siciliane

di Santi Longo

Per oltre un millennio le indigene api nere siciliane (Apis mellifera siciliana) sono state allevate all’interno di arnie orizzontali, realizzate dagli stessi apicoltori assemblando porzioni di fusti di ferula. Un centinaio di tali arnie venivano collocate insieme, in luoghi asciutti, sotto tettoie, delimitate da muri perimetrali a secco, coperte con fasci di stoppie di frumento, o con canne e tegole. La parete posteriore dell’apiario era esposta a nord, e quella anteriore a sud-est, per scaldare gli alveari sin dalle prime ore del mattino. Tale esposizione era raccomandata anche da Plinio, Columella e da Varrone. Negli Iblei gli alveari, denominati fasceddi, venivano posti anche all’interno di idonee cavità naturali di rocce calcaree. L’attività apistica annuale aveva inizio tra la fine di gennaio e gli inizi di marzo, dopo la stasi invernale durante la quale le api restavano all’interno dell’alveare nutrendosi delle scorte di miele. Nelle giornate di sole, le api visitavano varie essenze spontanee nettarifere e pollinifere. Prima dell’inizio della fioritura del mandorlo, gli alveari venivano trasferiti nelle zone costiere dove le api bottinavano anche sull’Asteracea Galactites tomentosa. Esaurita la fioritura del mandorlo, gli apicoltori riequilibravano le popolazioni degli alveari deboli e di quelli forti. Per tale operazione i due alveari, di volta in volta, interessati venivano affiancati su un bancale e, dopo l’apertura del lato anteriore degli stessi, l’apicoltore, dall’alveare forte, prelevava alcune manciate di operaie che trasferiva in quello debole, nel quale impiantava anche un paio di favi prelevati dal primo. In entrambi gli alveari immetteva due favi vuoti. Successivamente, richiudeva i coperchi, li stuccava con sterco bovino e argilla, e li riportava nell’apiario scambiandoli di posto, per arricchire di bottinatrici l’alveare debole. Dopo tale operazione, gli alveari ancora spopolati, venivano portati in magazzino per recuperare le arnie che erano utilizzate per la successiva divisione delle famiglie forti (partitura). Tale pratica limitava la sciamatura naturale (caratteristica biologica dell’Ape siciliana) e serviva a moltiplicare le famiglie e a incrementare il patrimonio apistico. In relazione alle fioriture e alle condizioni climatiche, la sciamatura artificiale veniva effettuata da marzo ad aprile e poteva continuare fino al mese di maggio. In annate con abbondanti e prolungate fioriture primaverili, era possibile effettuare fino a quattro divisioni successive degli alveari forti, dotati di regine giovani e feconde. Per la sciamatura artificiale venivano prelevati solo gli alveari idonei partendo dalla fila più alta; questi venivano momentaneamente sovrapposti secondo un ordine progressivo che consentiva, una volta finita la partitura, di ricollocarli nel posto precedentemente occupato nell’apiario. Si operava su un banco di lavoro dove veniva posta un’arnia vuota accanto all’alveare da dividere dal quale, dopo l’apertura del coperchio e l’immissione di fumo, si prelevavano più manciate di api che venivano trasferite nell’arnia vuota, insieme a tre favi con covata femminile. Nella porzione anteriore di entrambi venivano messi due favi nuovi, per attirare le api. I coperchi dei due alveari venivano scambiati e quello nuovo veniva sistemato al posto del vecchio; il coperchio di quest’ultimo veniva stuccato con sterco bovino e argilla. Il coperchio dell’alveare ottenuto dalla prima partitura veniva contraddistinto con una pallina di sterco; quelli ottenuti dalle possibili tre partiture successive, erano contrassegnati con due, tre, o quattro palline di sterco. Dopo una decina di giorni l’apicoltore le condizioni dei nuovi alveari ed eliminava le eventuali giovani regine in sovrannumero e i fuchi. Nel corso della successiva ispezione, che veniva effettuata dopo altri 15 giorni, venivano eliminate le regine fucaiole e veniva innestato un favo con covata femminile e uno con cupolini reali. Concluse le operazioni della sciamatura artificiale, l’apicoltore trasferiva gli alveari nelle zone collinari dove iniziava la fioritura del Timo (Thymus spinulosus). In autunno gli alveari venivano trasferiti nei carrubeti dove le api bottinavano anche sui fiori di numerose piante spontanee di interesse apistico. Gli apicoltori della Sicilia occidentale praticavano il nomadismo apistico trasferendo a bordo di barche, gli alveari nelle isole di Favignana, e di Marettimo per sfruttare le pregiate fioriture del Timo. Nel ‘900 la diffusione degli agrumeti e degli eucalitteti ha profondamente modificato le tradizionali linee di nomadismo e le produzioni apistiche isolane. 

Foto: Ape nera siciliana su fiori di Ferula