La nuova agricoltura deve essere innovativa, competitiva, sostenibile e soprattutto giovane

Nell’introdurre il convegno “Una nuova agricoltura, tra crisi delle materie prime e globalizzazione”, il Presidente dell’Accademia dei Georgofili ha sottolineato il crescente, improvvido disinteresse del nostro Paese nei confronti dell’agricoltura.

di Franco Scaramuzzi
Dall'ultimo dopoguerra, l'agricoltura è stata ingiustamente sottovalutata e sostanzialmente trascurata. Si continua oggi a travisarne anche i molteplici ruoli che ha sempre svolto per millenni e che sono tuttora vitali per la stessa sopravvivenza dell’homo sapiens.
Le difficili problematiche affrontate nelle riunioni di Summit mondiali (quali: risorse energetiche, sicurezza alimentare, cambiamenti climatici, tutela ambientale), che si intrecciano fra loro e portano al riemergere dell’agricoltura come settore strategico globale, non a caso definito primario. Non si tratta più di provvedere soltanto ad eliminare le sacche geografiche di denutrizione e di morte per fame, ma di garantire a tutti la sicurezza del cibo quotidiano, equilibrando fabbisogno e produzione complessiva. La FAO ha calcolato che nei prossimi quarant’anni sarà indispensabile pressoché raddoppiare l’attuale produzione alimentare mondiale. Essendo ormai difficile estendere ulteriormente le superfici coltivabili, siamo ancora chiamati ad incrementare le produzioni unitarie, facendo leva sulla ricerca scientifica ed ogni possibile innovazione tecnica. Oggi si confida soprattutto sulle moderne prospettive della genetica per adeguare le piante alle condizioni ambientali, anziché continuare ad agire, come fatto finora, prevalentemente in senso inverso.
In merito alla sicurezza alimentare, andrebbero esaminate singolarmente due problematiche diverse, ma connesse fra loro: quella relativa alle commodities alimentari (cereali, latte, olio di oliva, ecc.) e quella riguardante la miriade di prodotti alimentari che oggi giungono ai consumatori, attraverso filiere di imprese che provvedono a prepararli ed a distribuirli, con una forte competitività ed una pubblicità sempre più penetrante. Il valore aggiunto di questi prodotti finali lascia margini di reddito assai più alti e rispetto a quelli degli agricoltori. Inoltre i costi di produzione delle nostre materie prime alimentari sono troppo spesso più alti dei prezzi praticati sul mercato globale. Le industrie alimentari nazionali non sono legate da alcun obbligo nei confronti delle nostre produzioni agricole primarie e sono giustamente libere di approvvigionarsi di materie prime sul mercato globale. Ma i nostri agricoltori rischiano di essere esclusi dalle filiere alimentari nazionali. Anche se queste traggono comunque profitto dall’uso di etichette qualificanti il loro prodotto come “Made in Italy”. Molti agricoltori, negli ultimi anni, sono stati costretti a ridurre significativamente le superfici seminate a grano. Proprio mentre la FAO calcola che nel 2010 il costo totale delle importazioni alimentari a livello mondiale superi il tetto dei 1000 miliardi di dollari, che lo stock cerealicolo complessivo cali quasi del 10% e che già nel prossimo anno la produzione mondiale dovrebbe sentirsi quindi stimolata ad aumentare.
La necessità di incrementare fortemente la complessiva produzione mondiale deve essere recepita da ogni singolo Paese, chiamato ad attuare un duplice ordine di interventi: innanzitutto facendo il possibile per incrementare ciascuno le produzioni alimentari primarie nazionali e quindi cercando di ridurre la tendenza ad attingere queste materie prime dal mercato globale. Non si tratta affatto di una visione autarchica, ma di un impegno anche etico, giacché nessuno può sottrarsi al dovere di assicurare il proprio contributo ad una collaborazione che coinvolge tutti, nell’interesse collettivo.
Purtroppo, nel nostro Paese, la SAU (Superficie Agraria Utilizzabile) va progressivamente riducendosi, anche per il determinante effetto di una continua e rapida urbanizzazione delle campagne; gli addetti all’agricoltura sono sempre in numero minore (dal 50% della popolazione attiva alla metà del secolo scorso, a molto meno del 5% oggi); il concetto stesso di agricoltura tende ad essere ideologicamente deviato, da attività imprenditoriale produttiva a prevalente funzione di semplice tutela ambientale.
Parlare di una nuova agricoltura oggi può assumere molti e concreti significati diversi, sia in un quadro globale che nella realtà nazionale. Può intendersi mirata e valere
- per nuovi indirizzi produttivi (non solo alimentari) innovati e competitivi;
- per adeguarsi al variare di condizioni climatiche;
- per un più attento rispetto dell’ambiente (atmosferico, idrogeologico, ecc.);
- ma soprattutto per mantenere la presenza continua sui campi di agricoltori giovani, provvedendo in qualche modo ad adeguarne i redditi a quelli di chi passa a svolgere altre attività (commerciali, terziarie, artigianali, ecc.), tutte assai più remunerative e quindi più allettanti.